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Con la sua medaglia d’argento ai campionati mondiali di judo, l’atleta delle Fiamme Azzurre Francesco Bruyere ha eguagliato il miglior risultato mai conseguito da un italiano  
Intervista con Francesco e Alessandro Bruyere
di Fabrizio Cerri

«No, la piovra del doping da noi, nel nostro sport, non è arrivata, né credo che mai arriverà. La nostra è una disciplina molto tecnica:

malgrado le apparenze, la forza nel judo conta relativamente, per cui avere masse muscolari consistenti non è che giovi, ai fini del risultato. Né anfetamine, nandroloni vari e simili possono affinare la tecnica, sveltire l’occhio, migliorare l’attenzione. Anzi! Per questo penso proprio che non ci sarà un problema doping nel judo…
«Certo, la mano sul fuoco non possiamo mettercela, perché oggi purtroppo non ci si deve meravigliare proprio di nulla. Come si dice: mai dire mai… Comunque, e vorrei dirlo chiaramente, se la strada del doping ci fosse, o dovesse fare capolino, me ne guarderei bene dal frequentarla. Non fa parte della mia, meglio: della nostra (aggiunge, riferendosi al fratello Alessandro, che annuisce) concezione di vita e di sport».
Francesco Bruyere, 25 anni, di Carmagnola, agente di Polizia Penitenziaria, vice campione mondiale di judo (ha fatto parte della squadra che ha partecipato con buoni successi alla rassegna iridata svoltasi al Cairo a settembre), parla rapido, e illustra con scioltezza la sua storia personale e sportiva, le sue idee (come quella sul doping, per esempio) e le prospettive di un futuro che al momento è colorato di azzurro, di molto azzurro: da quello della Nazionale, categoria dei 73kg, a quello del Gruppo sportivo della Polizia Penitenziaria dove è approdato nell’aprile del 2002, prima per prestare servizio di leva, poi, dal dicembre dello scorso anno, per entrare come effettivo. Lo incontriamo, insieme con il fratello Alessandro, di due anni più giovane, anche lui judoka di valore (mondiale militare quest’anno a San Pietroburgo, categoria 66kg), nel Centro tecnico delle Fiamme Azzurre di Casal del Marmo.

Come vi siete avvicinati a questa disciplina?

«Abbiamo cominciato a praticare il judo fin da giovanissimi su sollecitazione di nostra madre, che riteneva, e ritiene, questa disciplina il migliore strumento per la nostra crescita armonica sotto il profilo fisico e soprattutto sotto quello mentale. Sa, la mamma è laureata in psicologia, che ora insegna alle magistrali, ed è psicologa di professione. Il papà, libero professionista con studio di avvocato, avrebbe preferito avviarci a sport diversi, il calcio, tanto per intenderci, che ha praticato a lungo e con suoi personali successi. Il punto d’incontro tra le due diverse prospettive è stato trovato nel farci fare agonismo: va bene il judo, propose papà, ma che almeno entrino, se e quando sarà possibile, nelle file dell’agonismo. Alla mamma sarebbe bastato che imparassimo il judo, punto e basta. Ora, naturalmente, sia l’una che l’altro sono i nostri primi tifosi e non si perdono una trasferta».

Dove sono avvenuti i primi... inchini e le prime prese?

«Vicino a casa c’era una palestra: il primo contatto non poteva essere che lì. Ma il maestro ci faceva lavorare troppo (lavorare in senso tecnico-sportivo, naturalmente). Niente gioco, niente giochi: avevamo intorno ai sei anni, un’età nella quale lo sport deve essere essenzialmente un gioco. E quell’eccesso di lavoro non ci piaceva. Non piaceva soprattutto ai nostri genitori. Per questo ce ne andammo per approdare in una palestra che vantava e vanta una ricca tradizione di insegnamento, e di risultati. L’Akiyama di Settimo Torinese, dei maestri fratelli Toniolo, è senza dubbio una delle migliori scuole di judo italiane, la prima per risultati e reclutamento tra le società diciamo così civili. Abbiamo imparato molto, e bene, in quel sodalizio…».

Che avete lasciato quando siete entrati nelle Fiamme Azzurre...?

«Complessivamente trascorriamo circa sei mesi l’anno lontano da casa. Per lo più, per gli allenamenti e gli stages federali, alloggiamo presso il Centro Tecnico Federale a Ostia Lido. Nei periodi in cui possiamo risiedere a casa, ci dobbiamo “appoggiare” presso una palestra per continuare gli esercizi. Avremmo potuto continuare ad allenarci a Settimo, con il maestro Toniolo. Ma per una sorta di ripicca, per non “aiutare” un atleta che sarebbe poi andato a far punteggio sociale con un’altra casacca, non ce lo hanno consentito. Anzi, ci hanno proprio cacciato…».

E allora?

«Allora è successo che ci siamo rivolti ad un’altra palestra, il Centro Ginnastico Torinese, acerrimi rivali dell’Akiyama. Che sono stati ben lieti di ospitarci. Noi ne abbiamo tratto enormi vantaggi, perché tra gli istruttori abbiamo uno dei più famosi e grandi maestri di judo, il polacco Pawlowski. Ed ora ci alleniamo con il maestro Pawlowski, sotto la guida tecnica di Roberto Tamanti: e siamo tutti soddisfatti».

Anche le Fiamme Azzurre…

«Beh, crediamo di sì. Abbiamo fatto la Leva nella Polizia Penitenziaria. Poi quando si è trattato di guardarsi intorno per affrontare i problemi della vita, volendo continuare con il judo, che come si sa è uno sport bellissimo ma poco remunerativo dal punto di vista economico, abbiamo cercato un Gruppo sportivo che ci desse alcune garanzie professionali, diciamo così, insieme con alcune garanzie personali e sociali: allenarsi, stare vicino alla famiglia, continuare negli studi. Il bando di concorso dell’Amministrazione Penitenziaria dell’autunno scorso rispondeva alle nostre richieste. Le Fiamme Azzurre ci hanno portato in …dote quelle certezze di cui avevamo bisogno, noi abbiamo portato nelle Fiamme Azzurre la nostra capacità tecnica, la nostra disponibilità…».

…e il valore aggiunto della bravura e dei risultati. Come è stata l’esperienza del Cairo, con l’argento “mondiale”?

«Indimenticabile, come può capirlo solo chi raggiunge un risultato insperato alla vigilia».

Perché insperato?

«Quasi subito dopo aver vinto il trofeo “Città di Roma”, prova internazionale di grande prestigio, ho avuto un problema alla clavicola. Il mio medico, considerando che in luglio erano in programma i campionati mondiali, mi ha consigliato di evitare l’intervento chirurgico, perché i tempi di recupero sarebbero stati di gran lunga superiori alle possibilità di riprendere gli allenamenti in vista appunto del campionato mondiale. Mi ha così “sistemato” la parte con un tutore, che mi ha immobilizzato il braccio per 50 giorni. Trascorso il tempo previsto, ho gradatamente ripreso i movimenti, gli esercizi, gli allenamenti. La spalla rispondeva bene, ma nei contatti mi sentivo legato, pauroso: ai Giochi del Mediterraneo sono arrivato quinto. Poi, visto che la struttura fisica rispondeva al meglio, ho intensificato la preparazione, riprendendo anche fiducia nelle mie possibilità. Ed ho affrontato comunque il mondiale con l’accortezza di conquistare giorno per giorno il mio successo. E così è stato. «Dopo essermi facilmente sbarazzato del cinese di Taipei Chen al primo turno per Ippon, ho poi superato in successione alcuni grossi nomi del torneo iridato: l’egiziano Husseiny, il turco Huysuz, lo spagnolo di origini giapponesi Uematsu e quindi il pericolosissimo olandese Schoeman. A quel punto il più sembrava fatto, anche perché l’avversario della finale era l’ungherese Akos Braun, che avevo superato più volte in carriera: ed invece, dopo un incontro equilibrato, mi è stata fatale una piccola disattenzione che mi ha penalizzato per uno Shido a pochissimi secondi dalla fine del tempo regolamentare. In ogni caso, in un torneo che contava addirittura 58 partecipanti con credenziali di altissimo livello, considero questo secondo posto proprio un risultato enorme». Per comprendere il valore di questo risultato, ricordiamo che conquistando la medaglia d’argento ai campionati mondiali, Francesco Bruyere ha eguagliato, nella categoria dei 73 chili, il miglior risultato mai conseguito da un atleta italiano nella rassegna iridata, così come fece Ezio Gamba nel 1979 e nel 1983. Il judo italiano non vinceva ai mondiali un argento dal 1989 ed un argento maschile dal 1983, cioè da 22 anni. La medaglia d’oro sfiorata dal judoka delle Fiamme Azzurre manca nell’albo d’oro maschile azzurro, invece ben presidiato in campo femminile da Emanuela Pierantozzi (1989 e 1991), da Margherita De Cal (1980), da Maria Teresa Motta (1984), da Alessandra Giungi (1991).

BOX

I fratelli del judo

Dopo i “gemelli del gol” (Graziani e Pulici, nella Torino calcistica di qualche anno fa), la città piemontese vanta ora i due fratelli Bruyere che si ripromettono di conseguire altrettanta notorietà e risultati in uno sport meno popolare, ma del pari nobilissimo, il judo.
Francesco è nato a Carmagnola (Torino) il 27 agosto 1980. Studente di Scienze Motorie al SUISM di Torino (laurea prevista in marzo, per poi continuare nel biennio di specializzazione), è da anni uno dei migliori atleti italiani della categoria fino a 73kg: nella prima parte della carriera, la sua "sfortuna" è stata quella di avere davanti un autentico fuori-serie come l'olimpionico di Sydney Pino Maddaloni.
Dopo aver brillato nelle categorie giovanili (bronzo agli Europei juniores del '99 nei 66kg), Francesco è entrato nel gruppo sportivo delle Fiamme Azzurre dapprima per prestare servizio di leva nell'aprile del 2002 insieme con il fratello Alessandro (anch'egli judoka di valore internazionale), poi per diventare effettivo nel dicembre 2004. Nel club della Polizia Penitenziaria ha ottenuto risultati prestigiosi, come il podio negli Assoluti del Palavesuvio e la convocazione nella nazionale azzurra di Coppa del Mondo a Basilea (agosto 2002), nonché la medaglia d’argento nei Campionati Mondiali Universitari di Mosca (dicembre 2004). Risiede a Torino e combatte nella categoria 73kg. È alto 180 cm per 77 kg di peso. Cintura nera, è in attesa di ricevere il 4° Dan.
Lo scorso anno fallì di poco la qualificazione olimpica (primo degli esclusi anche per aver perso le prove iniziali di qualificazione); quest'anno, dopo aver vinto il Città di Roma, ha subito un infortunio in allenamento che gli ha precluso la partecipazione agli Assoluti ed agli Europei, ma non ai Mondiali dove ha conquistato un prestigioso secondo posto.
Come il fratello maggiore Francesco, anche Alessandro ha militato nelle Fiamme Azzurre come ausiliario di leva nel 2002, passando poi effettivo nel dicembre 2004. Ha iniziato che non aveva ancora 5 anni, perché la mamma - psicologa di professione - confidava nelle potenzialità del judo come strumento di crescita armonica per i suoi figli, sotto il profilo fisico e mentale. Alessandro studia filosofia nell'ateneo torinese, combatte nei 66kg ed è cintura nera 3° Dan: tra i suoi migliori risultati, il titolo nazionale assoluto nel 2001, la medaglia di bronzo nei Campionati Mondiali Universitari di Mosca, nel dicembre 2004, il titolo di campione mondiale militare quest’anno.

FF.AA. Campioni d’Italia

Grazie anche alle performances dei fratelli Bruyere e di Lorenzo Bagnoli, che si è candidato ad un radioso futuro, si è registrato un significativo “cambio della guardia” al vertice del judo italiano: per la prima volta nella storia dei Campionati Assoluti a squadre lo scudetto è stato infatti vinto dalle Fiamme Azzurre. Un premio per il club della Polizia Penitenziaria nato appena sei anni fa e guidato fin dalla sua creazione (1999) dal Maestro Roberto Tamanti e dell’accorta politica di reclutamento effettuata negli ultimi anni tra i talenti emergenti della disciplina. La linea verde ha pagato in pieno e al Palasanquirico di Asti le Fiamme Azzurre hanno travolto tutti gli altri club, militari e non, ancorché dotati di più solida tradizione.
Al termine di una giornata ricca di spettacolare agonismo, il titolo è stato assegnato nella finale che ha visto di fronte, appunto, i ragazzi della Polizia Penitenziaria e la formazione dei Carabinieri. L’incontro si annunciava equilibrato e tale si è rivelato: tanto che si è dovuti ricorrere allo spareggio, proprio nella categoria dei 66kg terminata in parità nel primo incontro: e nella ripetizione il più giovane dei fratelli Bruyere ha steso il carabiniere Erra con un Ippon fulmineo, dopo poco più di due minuti di gara. È stato il punto dello scudetto, con il 3-2 definitivo.
Un altro dei momenti-chiave della giornata si era vissuto nella semifinale, nella quale le Fiamme Azzurre avevano affrontato le Fiamme Oro dell’olimpionico di Sydney Pino Maddaloni. Con l’incontro ancora in equilibrio, nel match degli 81kg il campione napoletano è stato costretto alla resa da un Ippon spettacolare portato da Lorenzo Bagnoli: per il 21enne friulano della Polizia Penitenziaria, un successo che vale quasi un passaggio di consegne rispetto ad un autentico “monumento” del Judo italiano.
Classifica finale maschile: 1. Fiamme Azzurre, 2. Carabinieri, 3. Fiamme Oro e Judo Club Star Napoli, 5. Akiyama Settimo Torinese e Judo Club Laives.

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