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Iniziative culturali, sportive e lavorative caratterizzano il carcere di San Vittore, l’istituto che fa parte della storia della città e la cui posizione centrale lo rende ancora più vicino alla gente
di Caterina Maniaci

Incontro con Gloria Manzelli Direttore del carcere di San Vittore


Questo è il cuore di Milano, a due passi dalla stupenda chiesa di Sant’Ambrogio, e dal museo della scienza e della tecnica di leonardesco ascendente. Questa è piazza Filangieri. E qui c’è il carcere di San Vittore, al numero due. Per questo, in dialetto milanese, tutti lo conoscono come “eldue”, il Due. La sua costruzione inizia nel maggio del 1872 e viene inaugurato il 7 luglio del 1879 durante il regno di Umberto I. Una lunga storia, dunque, dietro questo edificio; una storia che continua e si arricchisce di nuovi capitoli. Oggi l’Istituto soffre della costante piaga del sovraffollamento, che si assomma al problema di una ristrutturazione sempre più urgente. I lavori procedono, e questo provoca ulteriori disagi. Ma questo non scoraggia la giovane e grintosa Gloria Manzelli, che dirige San Vittore da neppure un anno. Sovraffollamento, strutture vetuste, ma almeno i detenuti possono pensare di trovarsi nel cuore della città, non separati e tenuti alla larga, ma in mezzo al suo traffico, al via vai della gente, tra mura che trasudano storia, dolore, speranza. Come ci spiega la direttrice.
«Sono entrata a San Vittore nel 1991 come vicedirettore, e in questa veste ci sono rimasta fino alla fine del ’93, dopodichè sono stata trasferita a Lodi come direttore, un’esperienza durata quattro anni. Nuova tappa a Brescia, dove sono rimasta sette anni, infine di nuovo a San Vittore, questa volta, appunto, in qualità di direttore. Si può dire che, professionalmente parlando, sono proprio nata qui, anche se poi sono stata lontana per molti anni. Non sono sposata e ad ogni modo credo che sia piuttosto difficile conciliare un lavoro come il mio, in un Istituto come questo, che assorbe quasi l’intera giornata, con l’impegno di una famiglia, dei figli. Ammiro le colleghe che hanno saputo affrontare una simile scelta, che comporta ulteriori sacrifici».

La domanda sembra quasi inutile, però è doverosa. Quali sono i problemi più urgenti che affliggono San Vittore?

«Le problematiche di San Vittore sono sicuramente legate al sovraffollamento. L’Istituto, attualmente, è parzialmente inagibile per lavori di ristrutturazione in corso. La capienza è attestata intorno alle 890 unità, ma noi attualmente contiamo più di 1.400 detenuti. Appare evidente che se fossimo in grado di distribuire meglio la capienza dei posti, tante piccole e grandi situazioni di disagio proprio non esisterebbero. D’altra parte, anche il settore dell’edificio che non è interessato dai lavori di ristrutturazione è comunque oggettivamente datato. Si tratta di un edificio che risale al 1879, dunque risponde a parametri completamente diversi da quelli previsti dall’attuale Ordinamento penitenziario. Non erano, originariamente, spazi dedicati alle attività di laboratorio, o a quelle culturali e l’attuale Ordinamento rimarca appunto l’importanza fondamentale di queste attività per il recupero del detenuto. Un altro problema – che penso sia comune a moltissimi istituti penitenziari – è la massiccia presenza di detenuti extracomunitari, più del cinquanta per cento, con i quali abbiamo delle pratiche difficoltà di rapporto con loro. A cominciare dalla lingua. Né possiamo avvalerci dell’azione di mediatori culturali. Voglio poi sottolineare che essendo noi una Casa circondariale, stiamo cercando di specializzarci proprio nelle modalità dell’accoglienza. È per questo che stiamo potenziando il servizio di sostegno psicologico in carcere: dall’assistenza sanitaria, a cominciare appunto dal momento in cui il detenuto arriva in carcere, fino a tutto il periodo in cui sarà in istituto, e con il sostegno attivo del volontariato».
Appare chiaro già dagli accenni che lei ha fatto, ma potrebbe parlarci più approfonditamente del rapporto dell’istituto con il volontariato?

«San Vittore ha una tradizione consolidata e storica di collegamento con il mondo del volontariato, a cui sono affidate moltissime attività. A cominciare, appunto, dal già citato Progetto accoglienza, soprattutto incaricandosi dei primi momenti in cui il detenuto arriva in carcere, per quel che riguarda le questioni più pratiche, o i contatti con le famiglie. Dunque, noi con il volontariato lavoriamo continuamente, anzi questo costituisce uno dei pilastri della nostra attività quotidiana. Così come lo è il grande lavoro del personale di Polizia Penitenziaria, un lavoro difficile, delicato...».
Quali sono, nella sua esperienza personale, i principali problemi del personale?

«I principali problemi del personale di Polizia Penitenziaria sono, prima di tutto, legati appunto alla questione del sovraffollamento, all’elevatissimo numero di detenuti. Consideri che solo ieri sera sono giunti qui, tutti insieme, quaranta detenuti. Immagini cosa significa collocare adeguatamente tutte queste persone in una struttura la cui capacità di capienza è assolutamente dimezzata, con il risultato di dover far stare insieme sei-sette detenuti per cella. Riusciamo a superare la maggior parte delle difficoltà proprio grazie allo spirito di collaborazione, all’impegno e alla professionalità preziosissimi del nostro personale. E così nonostante le emergenze quotidiane, chiamiamole così, non dobbiamo affrontare momenti particolarmente tragici».
Anche qui, come nella maggior parte degli istituti, il personale è alle prese con il problema delle famiglie, che si trovano in genere in altre regioni?

«Si tratta di personale che, per la maggior parte, proviene da altre regioni, soprattutto del Sud, e che quindi aspira a tornare a casa, ottenendo il trasferimento. I costi per vivere in città sono troppo elevati e molti quindi non possono far venire la famiglia. Primo fra tutti, il costo della casa. L’edilizia popolare non risponde alle esigenze e alla richieste, si dovrebbero trovare nuove risposte, per esempio convenzioni con gli Enti locali, per calmierare i prezzi, per così dire. Se si riuscisse a permettere al personale di vivere serenamente con la propria famiglia si sarebbe fatto un bel passo in avanti nella risoluzione di molti problemi, a cominciare dalla turnazione e dai permessi, dalle ferie e dalle malattie, spesso necessariamente legati al bisogno di tornare a casa».
Può spiegarci qual è la tipologia penitenziaria dell’istituto?

«In questo momento, abbiamo solo detenuti comuni. Ma quel che mi preme sottolineare che San Vittore si caratterizza anche per avere annesso il Centro clinico, uno dei due centri clinici della Regione, con una sorta di specializzazione in medicina interna, in cardiologia e in psichiatria. Il nostro obiettivo è potenziare il reparto psichiatrico, fino a diventare un punto di riferimento, non solo in Lombardia. Anzi, in un certo senso, tutto ciò è già una realtà, dato che a San Vittore arrivano detenuti provenienti da tutta Italia, proprio per motivi di salute. Vi è poi da considerare la sezione femminile, una significativa sezione circondariale, con la presenza, mediamente, di 135-140 detenute. Senza considerare 9 bambini, con le loro mamme, pestiferi e adorabili, nell’asilo nido che abbiamo fatto ristrutturare recentemente e di cui siamo molto fieri. Ci sono tre sezioni penali al maschile, dove si trovano detenuti con posizione giuridica di assegnazione definitiva, che hanno terminato l’iter giudiziale, quindi per loro è in corso un progetto trattamentale specifico già iniziato».
Qual è il suo rapporto personale con questo istituto?

«Ho sempre amato San Vittore, per così dire l’ho sempre avuto nel cuore, essendo stato il primo istituto in cui ho lavorato, e come si sa, il primo amore non si scorda mai! Poi, l’idea che si tratti di un istituto antico, forse paradossalmente, m’allarga il cuore. Invece, non mi piacciono molto gli edifici moderni, magari pieni di comfort, concepiti sicuramente per una più moderna efficienza, per una vita in istituto più funzionale. Ma li trovo freddi, incapaci di trasmettere emozioni, se non un senso di oppressione. È vero, ci sono tanti problemi strutturali in più, ma il fatto è che queste mura trasudano storia, storia e dolore, certo, ma anche tanta dignità, tanti sforzi, tante speranze e anche amicizie. San Vittore non solo è collocato fisicamente nel cuore della città, ma ne fa sicuramente parte. Passando al lavoro vero e proprio, posso senz’altro confermare che esiste un bel rapporto con i collaboratori e possiamo contare su una profonda e proficua attenzione, nei nostri confronti, da parte degli Enti locali».
San Vittore è noto per le molte iniziative legate al suo nome e alla sua esistenza.

«Sono tantissime, certo, e si moltiplicano nel tempo. Sono anche molto qualificate, proprio perché spesso frutto di questa attenzione, che citavo prima, da parte degli Enti locali – e della politica in generale – verso il carcere. Le posso citare, a titolo di esempio, il collegamento in diretta, proprio da qui, per la prima della Scala, il 6 dicembre dello scorso anno. A maggio abbiamo organizzato un concerto nei locali del passeggio, con vari gruppi musicali, di diverse provenienze geografiche, proprio per tentare di venire incontro alle esigenze di tutti, nei limiti del possibile. Noi ospitiamo il cast di Zelig, il noto programma di varietà televisivo, per la prima sit-comedy tutta ambientata in un carcere. Certo, come spiegavo prima, siamo forti di una presenza di volontariato significativa sia per il numero sia, soprattutto, per la sua qualità. E come possiamo dimenticare l’esperienza innovativa, del call center? Ci sono 40 detenuti della sezione maschile e 10 del femminile che ci lavorano. La Cooperativa sartoriale Alice lavora per il mondo dello spettacolo con grande successo come l’altra Cooperativa, la Ecolab, che produce articoli di pelletteria. Periodicamente, a San Vittore si tengono concerti, conferenze: le potrei citare le commemorazioni della Shoah e del 25 aprile, che ci hanno particolarmente emozionato. E grazie alla grandissima sensibilità di Candido Cannavò, abbiamo un rapporto privilegiato con il mondo dello sport. Giorni fa, è venuto qui Roberto Mancini, allenatore dell’Inter, e per più di un’ora ha discusso con i detenuti di questioni tattiche della squadra…».
Insomma, un continuo turn over di idee e di progetti…

«Sì, è così. Ed è questo, al di là delle oggettive condizioni di difficoltà, che ci fa ben sperare. Lo dico anche con cognizione di causa: i detenuti, in generale, rispondono bene alle nostre “proposte”, si impegnano, tanto che la maggior parte non vuole essere trasferita. Certo, ci sono episodi di autolesionismo, persone che vivono con estremo disagio la pena, e sappiamo bene che la stampa preferisce dar voce e corpo a queste situazioni. Raramente si parla del carcere in senso positivo. Io però continuo ad essere ottimista, a vedere intorno a me più luci che ombre, e penso che sia questo anche il modo in cui considerano il loro lavoro tutti i miei collaboratori e il personale di Polizia Penitenziaria».

Servizio fotografico di Paolo Pivetta
BOX
L’Istituto in cifre

Tipo: Casa circondariale
Indirizzo: piazza Filangeri, 2
Anno di costruzione: 1879
Modello architettonico: a raggi
Capienza detenuti: 1080
Presenza effettiva: 1440 in media
Numero sezioni: 6 sezioni maschili,
1 sezione femminile, CDT
Numero di camere detentive: 600

Elementi specifici
Strutture sportive: 4 campi di calcetto all’aria passeggi detenuti, 1 palestra per ogni reparto, 1 tensostruttura alla sezione femminile
Ricreative: sale di socialità
Religiose: 1 cappella al reparto maschile, 1 chiesa alla sezione femminile
Lavorative: 6 laboratori di cooperative esterne
Spazi sociali: area verde per colloqui familiari detenuti

Dati relativi al personale
Personale di Polizia Penitenziaria (in forza)
Uomini: 965
Donne: 93
Personale di Area educativa: 5 educatori (1 a tempo determinato)
Personale Area Amministrativa Contabile: 4 contabili (2 a tempo determinato), 7 Collaboratori
Personale Area sanitaria: 1 Dirigente sanitario, 11 medici incaricati, 11 guardie mediche, 6 infermieri ministeriali, 20 branche specialistiche

Rapporti con
Volontariato: Associazione incontro e presenza, City Angels, Telefono Azzurro, Associazione Bambini senza sbarre, Naga, Sesta Opera S. Fedele, Amico Charly, Associazione Cuminetti e altre
Enti locali: Regione Lombardia, Provincia, Comune di Milano
Altri Enti: Asl Città di Milano per cura e trattamento detenuti tossicodipendenti

Attività
Scolastiche: Corsi di alfabetizzazione, Scuola media inferiore, corso di ragionieri, corso di operatore turistico, corsi professionali vari
Culturali: biblioteca e libro forum, laboratori teatrali, corso di giornalismo, IL DUE.it giornalino interno, incontri “bar dello sport” con la partecipazione
di Candido Cannavò ed esponenti
del mondo sportivo
Ricreative: attività di reparto (ping pong, calcio balilla), torneo di scacchi, dama, torneo di calcio
Lavorative: Cooperativa Out e Sider
che gestisce 2 call center, Cooperativa Alice di sartoria, Cooperativa Eco lab
di pelletteria, Consorzio Nova Spes Data Entry, Compagnia delle Candele
per la produzione di candele artistiche, Cooperativa Estia di Produzioni audio video e riparazioni memorie informatiche
Formazione e collaborazione

Parla il comandante Mario Piramide

Mario Piramide, 40 anni, sposato e padre di due figli, a San Vittore ci è cresciuto: professionalmente e anche umanamente, visto che nei 22 anni di servizio, 21 li ha passati proprio qui. Ha cominciato come agente, ora è vice commissario e comandante di reparto. «A San Vittore abbiamo 1.065 unità di personale in servizio. Il problema principale è la gestione del sovraffollamento dell’Istituto, con un reparto e mezzo chiuso per lavori di ristrutturazione. Pensi che ci sono 30 ingressi al giorno, mentre il numero delle scarcerazioni è molto inferiore. Con queste cifre e questi ritmi, è chiaro che il nostro lavoro risulta più difficile, faticoso. La turnazione si svolge secondo i normali tre quadranti (8-16; 16-24; 24-6), ma spesso dobbiamo ricorrere agli straordinari per provvedere a tutte le necessità». Naturalmente, come in molti altri istituti penitenziari del Centro-Nord, uno dei problemi principali è costituito dal fatto che la maggior parte del personale arriva dal Sud «e il carovita di una città come Milano, in primo luogo il caro-casa, non consente a gran parte di loro di far trasferire le famiglie qui. Perciò sono costretti a viaggiare, a fare la spola con i paesi d’origine, il che ha delle conseguenze sia sulle gestione degli orari di lavoro, ma soprattutto sul loro stato d’animo. Si sentono più sradicati, pensano costantemente ai loro cari lontani, prima di tutto ai figli, che praticamente non vedono crescere». Nonostante tutto, comunque, per il comandante Piramide, a San Vittore «gli aspetti positivi prevalgono su quelli negativi». «Noi puntiamo molto sulla professionalità del nostro personale, alla sua costante formazione. Una linea seguita di concerto con la direzione. Vogliamo sottrarre gli agenti alla cosiddetta “mentalità carceraria”. Per esempio, quest’anno abbiamo organizzato un corso sull’affettività, ossia come aiutare i detenuti a recuperare i loro rapporti con la famiglia, in particolare con i figli; un altro corso che abbiamo fortemente voluto è quello sull’autolesionismo, per preparare gli agenti a prevenire questi gesti di disperazione, che purtroppo continuano ad accadere, soprattutto nei primi giorni in cui il detenuto arriva qui. L’accoglienza è un momento fondamentale e noi cerchiamo di preparare il personale, sempre più professionalmente, a questo momento». In tutto questo, è evidente quanto conti lo spirito di collaborazione: «Senza questo spirito non si potrebbe lavorare. È fondamentale che esista. E qui esiste. Inoltre, il nostro personale si caratterizza anche per una predisposizione al cambiamento, per una capacità di seguire anche le proposte più innovative».

Sostegno e osservazione

Incontro con Giovanni Fumagalli,
responsabile dell’Area pedagogica

«Èdavvero molto difficile riassumere il lavoro che svolgiamo a San Vittore. Sono tantissime le attività, le iniziative, i progetti che passano attraverso il vaglio della nostra équipe». Così esordisce Giovanni Fumagalli, il responsabile dell’Area pedagogica, che è composta da cinque persone. Il punto da chiarire è che lavoriamo assolutamente insieme, insomma il nostro è un lavoro, prima di ogni altra cosa, d’équipe. In primo luogo la nostra è un’attività di sostegno e di osservazione; poi ci sono gli interventi per i progetti. Riserviamo un’attenzione particolare per il “progetto accoglienza”. L’arrivo in istituto, infatti, rappresenta il momento più difficile, quello d’impatto, quando è più alto il rischio di suicidi e atti di autolesionismo. In questo senso va letto il progetto Dars, curato insieme all’Associazione “Amico Charlie”: si tratta di un progetto che mira a prevenire il suicidio, soprattutto quello giovanile, e che vuole offrire un grande sostegno psicologico. Al centro di tutto vi è l’attenzione alla vita e al benessere dei detenuti, che per noi, prima di ogni altra considerazione, sono persone. E anche per questo abbiamo ingaggiato una specie di “battaglia” contro la burocrazia, nel senso che tentiamo di snellire il più possibile l’iter che sta dietro ogni scelta e attività». Altro punto importante è la formazione, quella professionale e quella scolastica. Quella scolastica parte dalla alfabetizzazione e arriva alla scuola dell’obbligo, poi sono previsti corsi di ragioneria e di uso delle nuove tecnologie. E la formazione professionale viene gestita sia da Cooperative che a cura del Provveditorato, con il “pacchetto” di 1.200 ore a disposizione. L’attività di osservazione riguarda i detenuti che non hanno ancora avuto condanna definitiva, in pratica tra le 150 e le 200 persone. Gli altri, comunque, in genere, devono scontare un fine-pena piuttosto breve. In ogni caso «cerchiamo di fare in modo che il tempo dell’osservazione coincida profondamente con un momento di forte riflessione personale sul danno provocato sul piano sociale, che insomma concorra a formare la coscienza della pena, non solo da scontare, ma da affrontare a livello personale». A questo proposito, c’è a San Vittore un’esperienza davvero straordinaria, portata avanti da quello che viene definito il “gruppo della trasgressione” e seguito dal dottor Angelo Aparo. Lo scopo è quello di mantenere sempre vivo il collegamento tra chi “è dentro” il carcere e chi è fuori. Un faccia a faccia anche concreto: i detenuti hanno incontrato la vedova di un gioielliere, ucciso a Milano durante una rapina. «È stato un momento molto intenso, anche duro, emotivamente. Ma che ha portato molti frutti», commenta Fumagalli. Anche il corso di formazione giuridica tenutosi l’anno scorso, è inserito in questo percorso: «ha fatto capire cosa significa la violazione della norma. E questo, in termini concreti, lo ripeto, significa fare una seria riflessione sulla propria colpa, nei confronti della società, nella prospettiva di un futuro reinserimento in quella stessa società che il detenuto ha danneggiato con il suo atto». Ma soprattutto, puntualizza Fumagalli, «tengo a sottolineare che il nostro gruppo di lavoro spende energie a piene mani per il lavoro quotidiano, ma molto di quello che riesce a fare è reso possibile anche grazie alla preziosissima collaborazione con il personale di Polizia Penitenziaria e con il volontariato». Già, il volontariato. Ricchissima presenza, con un elenco praticamente infinito di gruppi e Associazioni che lo incarnano. «Non vorrei rischiare di dimenticare qualcuno», confessa Barbara Campagna, educatrice. «Sono così tanti e impegnati in tanti campi diversi. Io, per esempio, mi occupo di stranieri, che a San Vittore sono sempre di più. Con noi collaborano i City Angels, la Naga, il Cad, la Caritas, e si va dall’aiuto spicciolo e urgente, quando il detenuto arriva in istituto, al collegamento con le famiglie d’origine, al sostegno per uscire dalla tossicodipendenza, allo studio dell’italiano alla formazione professionale». Poi ci sono le attività sportive: la Polisportiva qui è più che attiva e vede anche una massiccia partecipazione degli agenti. Poi ci sono libri, giornali e persino la televisione. «Grazie al sostegno di Candido Cannavò, esiste il progetto di un programma Tv sul modello di “Bar dello sport”, con commenti sul calcio e altri avvenimenti sportivi fatti con i detenuti, da mandare in onda su due televisioni locali. Il concetto di base è che in questa trasmissione si parli, soprattutto di calcio, in modo civile e non come una rissa continua». Giornali e libri dicevamo. Quello sul web, all’indirizzo www.ildue.it e il libro-forum, che prevede conferenze e dibattiti con gli autori che vengono a San Vittore per parlare dei loro libri. Ancora: la biblioteca, spettacoli di teatro, corsi di giornalismo. A San Vittore le mani tese per aiutare non si allontanano mai.
La voce degli agenti

Per lei, ragazza arrivata da Napoli, vivere a Milano deve essere una scelta davvero non facile, l’impatto con una città. Ma Stefania Conte, 33 anni, a San Vittore dall’aprile del 2003, non si è scoraggiata. «All’inizio è stata dura – ammette – ma poi ho trovato il mio equilibrio, tra la vita privata e il lavoro». Ora, da ispettore, può sinceramente dire di essere contenta della sua professione, «e di averla scelta. Ora lavoro in ufficio, mentre prima ero nella sezione femminile. Situazioni diverse, esperienze diverse, che mi hanno dato molto, comunque. In ogni caso, si viene a contatto con sofferenze concrete e profonde, che non possono non incidere sulla propria vita, e persino sulla formazione del proprio carattere, quando si è molto giovani, insomma rafforza e rende più responsabili. Mi sento di consigliare questo tipo di lavoro, anche alle donne. Comporta sacrifici, certo, ma in cambio dà grandi soddisfazioni, è impegnativo ma, in fondo, non dà mai motivo di annoiarsi!».
Anche Luciano Esposito viene da Napoli, ha 31 anni, è sposato e padre di due bambini. La sua qualifica è quella di assistente di Polizia Penitenziaria e da tredici anni si trova a San Vittore. Lui, però, è stato fortunato, visto che ha potuto far venire da Napoli la sua famiglia e ora vivono tutti insieme a Milano. «Sono contento del mio lavoro, nonostante le oggettive difficoltà, legate appunto allo stato di sovraffollamento dell’istituto». E ci racconta una giornata-tipo dei detenuti: le celle si aprono alle sei del mattino e si chiudono alle ventuno. Una lunga giornata, che comprende le molteplici attività lavorative e quelle didattiche. «La quasi totalità dei detenuti è impegnato in queste attività. C’è chi lavora per le cooperative esterne, chi per i laboratori interni, altri per la manutenzione dell’istituto. Le attività didattiche comprendono corsi di alfabetizzazione, di ragioneria, corsi per l’uso di computer». Le lamentele? «Beh, l’ho già accennato: il sovraffollamento rende il nostro lavoro più difficile. E poi, vorrei sottolineare che la macchina della giustizia mi sembra davvero troppo lenta, i processi si trascinano per anni…». Quel che però gli piace del suo lavoro «è il contatto con le persone, cercare di comprenderne la psicologia. Per questo, anche se è stata dura, ho trovato molto interessante lavorare per la sezione protetta, a contatto con stupratori e pedofili: undici anni che mi hanno maturato e anche appassionato».
Cresce la domanda di salute

Parla il responsabile dell’Area sanitaria, dottor Francesco Nigro

Sovraffollamento e tanti problemi sanitari, ma anche un’esperienza umana e professionale di grande impatto, anzi una vera e propria “palestra professionale”, nonché la possibilità di una assistenza specialistica sempre più qualificata e apprezzata, anche fuori dal comune di Milano e della Lombardia. È questo, in sintesi, il senso della testimonianza di Francesco Nigro, dirigente sanitario a San Vittore. «Ho iniziato a lavorare nell’Amministrazione penitenziaria nell’88, come medico a parcella, successivamente come medico incaricato e attualmente con le funzioni di dirigente sanitario, – spiega – Qui abbiamo un organico di 11 medici incaricati, di cui uno distaccato e me compreso; in tutto ci sono 9 medici che operano nel reparto e nel Centro clinico. Dall’altra parte ci sono poi 11 medici di guardia, di cui sei presso il pronto soccorso e i 5 medici Sias che operano presso il Centro clinico, composto da due sezioni di medicina e dal reparto di neuropsichiatria, dal cosiddetto Comp, che deve occuparsi di pazienti sempre più numerosi. Attualmente la sala operatoria è chiusa, anche per i lavori di ristrutturazione che comprendono il Centro clinico. Il progetto è quello di una nostra riqualificazione come polo internistico che si occuperà soprattutto di cardiopatie e un ampliamento del reparto psichiatrico». Il carcere vive certo una situazione, comune purtroppo a molti altri istituti, caratterizzata dal sovraffollamento. «In questo sovraffollamento gioca un peso rilevante la sempre più massiccia presenza di extracomunitari e a questa presenza è legato l’aumento delle tossicodipendenze, con conseguente aumento di pazienti affetti da aids ed epatiti virali. E casi che ci impongono una stretta sorveglianza su soggetti che possono essere portatori di patologie nuove e antiche, o patologie che si possono più massicciamente diffondere nell’istituto, come la tbc o la scabbia. Senza contare quelle patologie legate a squilibri psichici, con conseguenti comportamenti psicotici, disturbi gravi, fino a generare episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio. Dunque, serve un monitoraggio continuo da parte nostra». È comunque molto cresciuta, negli ultimi tempi, la domanda “di salute”, o meglio di salvaguardia della salute da parte della popolazione detenuta, quindi «è accresciuta anche la preparazione del personale medico, che si arricchisce di un continuo aggiornamento». Pazienti con disturbi psichiatrici , si diceva. «Sì, sono in aumento», conferma il dottor Nigro, e San Vittore sta diventando sempre più un punto di riferimento anche per altri istituti, non solo provinciali e regionali, ma per tutta Italia. «E il lavoro che aumenta ci mostra anche la necessità di avere una “guardia medica psichiatrica”, che operi 24 ore su 24».
Il call center

Il call center è un fiore all’occhiello del’istituto. Ci lavorano 40-50 persone della sezione maschile, 10-12 appartengono alla sezione femminile. Da quando il servizio è stato liberalizzato, la cooperativa “Out-e-sider” ha appaltato il lavoro ai detenuti, lavoro che è stato ed è molto apprezzato. Anche se ora si deve registrare una flessione nel numero delle chiamate che intendono richiedere i servizi di informazione del call center. «La formazione è cominciata nel 2002 – spiega Silvana Di Mauro, educatore, – e alla fine dell’estate 2003 è cominciato l’avvio operativo. Nel giugno di quest’anno ci lavoravano 65 persone, appunto, mentre 14 detenuti stanno seguendo il percorso di formazione. Seguire questo progetto è un po’ complesso, organizzare la copertura totale del servizio non è sempre attuabile. Però i risultati ci ricambiano ampiamente di tutte le possibili difficoltà».
Un punto di riferimento

Incontro con il cappellano
don Alberto Barin

Al portone a fianco, dopo il “due” di San Vittore, in Piazza Filangeri, c’è un campanello. Si suona ed ecco la voce di don Alberto Barin che invita a salire. È qui che, come vuole la tradizione, abita il cappellano di San Vittore, e don Alberto non fa certo eccezione. Il suo appartamento è silenzioso, ordinato e soprattutto sempre aperto a tutti quelli che lo cercano, che vogliono incontrarlo. E sono tanti. «Abito qui da nove anni – ci spiega – da quando sono diventato cappellano del carcere». Non sono passati che pochi minuti, da quando siamo saliti nella sua casa, e già il campanello ricomincia a suonare. «Vede, il cappellano è un punto di riferimento, al cappellano si può chiedere tutto, dalla richiesta di aiuto spirituale a come ottenere dei vestititi, a come mettersi in contatto con la famiglia. I bisogni sono di qualsiasi tipo, da quelli materiali, spiccioli, direi, a quelli psicologici, a quelli spirituali. Sì, perché alla fine quasi sempre emerge una domanda essenziale, che è quella della ricerca di fede». A San Vittore, come in tanti altri istituti, è in aumento la presenza di detenuti extracomunitari, che professano altre religioni. Che rapporto si instaura con loro? «Anche con loro si instaura un rapporto prima di tutto umano, di amicizia. Ripeto, il cappellano è un punto di riferimento. Dunque, anche per i numerosi musulmani è naturale rivolgersi a me per tante questioni, pratiche, ma anche per bisogni interiori, spirituali». Il carcere è un luogo di non-libertà, certo, un luogo dove si espia una colpa, soprattutto il primo impatto è opprimente, schiacciante, ma può diventare anche il luogo «in cui si incontra l’amicizia, l’amore degli uomini che diventano fratelli, l’amore di Dio», spiega Don Alberto. «Avviene addirittura che un detenuto dia in prestito il proprio Vangelo, come si fa per le sigarette. Sì, capita che qualcuno doni al suo compagno di cella il Vangelo, dicendo «leggilo, a me ha fatto bene. Vedrai che aiuta anche te». È successo diverse volte. Del resto qui, proprio in carcere, i detenuti leggono e ascoltano molto il Vangelo». Ed è costruttivo e utile il rapporto con la direzione «che appoggia sempre le nostre iniziative», con gli educatori, con gli agenti, un rapporto fatto di dialogo, di collaborazione e «alla fine, di amicizia. Perché anche per loro, come per tutti gli altri, la mia casa è e rimane sempre aperta».

Una gestione non facile

«Non è facile gestire un istituto grande e complesso come San Vittore, con i nuovi problemi imposti dai tagli ai fondi e con il sovraffollamento, dovuto anche alla ristrutturazione dell’edificio, ma il lavoro lo portiamo avanti, anche grazie alla concreta collaborazione che riceviamo dal personale di Polizia Penitenziaria». Nicola Liotto, responsabile dell’Area amministrativa, che lavora a San Vittore dal gennaio 1984, sintetizza così il suo lavoro quotidiano, svolto insieme ad un gruppo di collaboratori (tra contabili a tempo determinato e B2 e B3), «di cui però quattro sono distaccati, perciò, se non avessimo l’apporto del personale di Polizia Penitenziaria, non so come ce la caveremmo…Gestiamo un capitolo di bilancio – insomma, il nostro budget – di circa 45 milioni di euro l’anno, mentre il fondo detenuti consta di circa 5 milioni di euro l’anno. I problemi? Lo ripeto, mancanza di personale e gestione complicata del sovraffollamento, però credo che non siano problemi solo nostri…”». Certo, poi ci sono i fondi tagliati: «questo influisce negativamente sul rapporto con i fornitori: riusciamo a pagare le fatture solo di anno in anno, così è chiaro che non rappresentiamo più dei “clienti” appetibili. Le note dolenti sono costituite dal capitolo 1675, quello che riguarda la manutenzione ordinaria del fabbricato, e il 1676, ossia i mezzi di trasporto della Polizia Penitenziaria, usati soprattutto per le traduzioni».

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