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«Quello che dobbiamo combattere sono le ragioni che portano i giovani a drogarsi», dice Don Mazzi. Come? Sapendo comunicare e offrendo loro delle alternative positive
di Daniele Autieri

Incontro con Don Antonio Mazzi, Presidente della Fondazione Exodus
Un viaggio lungo oltre vent’anni; un cammino itinerante dentro e fuori dall’uomo;

 un percorso fisico e metaforico attraverso tutte le forme del disadattamento sociale e della tossicodipendenza. Un’esperienza iniziata nel 1984 con il Progetto Exodus, voluto fortemente da Don Antonio Mazzi ed indirizzato ai giovani dipendenti dalle droghe. Da allora la Fondazione e il suo fondatore sono stati impegnati su tutti i fronti del sociale, sempre in prima linea nella lotta alla droga, sia in Italia che all’estero. Una lotta senza quartiere che è mutata così come la società divenendo sempre più complessa e difficile da combattere.

Don Mazzi, in questi ultimi anni è cambiato l’approccio dei giovani alle droghe. E loro sono cambiati?

«Il mondo della tossicodipendenza è profondamente mutato divenendo molto più pericoloso di quanto non fosse in passato. Nei primi anni ’80 il drogato era un reietto della società, un individuo che viveva ai margini, schiavo di un forte disagio. Oggi le droghe sono entrate nella normalità e hanno conquistato il mondo dell’adolescenza sotto forma di gioco e divertimento. L’abbinamento droga e alcool si è trasformato in un cocktail letale, ancora più pericoloso perché ha imbrogliato e disorientato tutti, quelli che lo praticano, ma anche quelli che lottano per sconfiggerlo».
Parlando di divertimento, è stato detto che molti ragazzi si avvicinano alle nuove droghe per facilitare la socializzazione. È davvero così difficile per i giovani avere rapporti con gli altri?

«Viviamo nella società della comunicazione ma questo, più che avvicinare, ha allontanato le persone. Proprio la mediazione tecnologica rende più difficile l’incontro diretto tra i giovani e sta colpendo anche il mondo degli adulti. A casa parlano la televisione e il telefono e per molti è più facile dialogare con i figli degli altri che con i propri. Il problema è che laddove non si comunica non si cresce e non si ama».
Qual è il malessere maggiore e più difficile da guarire che affligge le persone che lei ha aiutato?

«Sicuramente la paura. I giovani di oggi temono tutto: il rapporto con la società, quello con i loro simili, ma soprattutto quello con le donne. Sono molto permeabili perché non vengono aiutati ad affrontare la vita».
Secondo la sua esperienza, qual è la strada da percorrere per sconfiggere la droga e, più in generale, tutte le dipendenze?

«Non c’è un’unica via, ma tre passaggi obbligati; tre zone di intervento dove è vietato sbagliare: la scuola, la famiglia e il tempo libero. Sono ambiti differenti in cui i ragazzi vivono la parte più profonda del loro cambiamento e dove dobbiamo assolutamente essere attivi. A scuola il problema non sono i programmi, ma la reale presenza del sociale. Un’ora a settimana trascorsa dai ragazzi con una figura testimoniale, che possa raccontare la sua esperienza, sarebbe più efficace di qualunque prevenzione».
Qual è oggi la droga più pericolosa per i giovani?

«Purtroppo le droghe moderne cambiano di giorno in giorno. Ma quello che noi dobbiamo combattere sono le ragioni che portano le persone all’utilizzo delle droghe. Per gli adolescenti una delle cause più rischiose è la trasgressione, intesa da molti come un momento di riscatto dalla famiglia. Il nostro compito è quello di offrire loro delle alternative, sostituendo gli sballi positivi a quelli negativi».
Senza affrontare in modo specifico il problema degli stupefacenti, è evidente un malessere generale diffuso nella gioventù che spesso sfocia in gesti brutali e criminali. C’è qualcosa che manca o qualcosa di troppo nei giovani d’oggi?

«I giovani, soprattutto gli adolescenti, vivono un momento determinante per la loro crescita: quello dello sviluppo. L’aggressività è quindi uno stato d’animo sempre presente nei giovani e va di pari passo con la rapidità di una crescita fisica e mentale difficile da controllare. Il corpo di un giovane sprigiona energia come fosse un motore a combustione, acquisendo quell’aggressività che molto spesso non riesce a sfogare. Un tempo il fisico era messo molto più a dura prova. Oggi le comodità ci hanno impigrito togliendo, però, ai giovani proprio quella valvola di sfogo positiva di cui hanno assoluto bisogno. Anche per questa ragione la pratica di una seria educazione fisica nelle scuole è un elemento determinante per la crescita sana dell’individuo».
Qual è la prima parola che dice ad una persona che si presenta da lei per essere aiutato?

«Bussano alla nostra porta i ragazzi di 12 anni trovati in bagno con uno spinello come i cocainomani di 50. La prima cosa che faccio è ascoltare, senza fare troppe domande. Il passo successivo è quello di convincere, fino ad arrivare alla sfida più complessa, ossia motivare le persone per superare la dipendenza».
Cosa pensa quando li vede andar via?

«Spero sempre che tornino. Perché tornare una seconda volta, molto spesso, significa essere divenuti consapevoli ed essere finalmente pronti per mettersi alle spalle tutto il proprio passato. Solo allora sentiamo veramente che il nostro lavoro ha avuto un senso».

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