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Per i detenuti condizionati dalla droga, nell’istituto a custodia attenuata di Rebibbia, c’è una speranza di una vita diversa

Incontro con Isabella Taggi Direttore della Terza Casa di Rebibbia

La struttura è moderna, di recente costruzione (è stata infatti ultimata nel 1991) e qui i detenuti che lo vogliano possono trovare l’ambiente giusto per riflettere sulla possibilità di fare delle scelte di vita diverse da quelle che li hanno portati a compiere un reato, possono crescere e maturare seguendo stili di vita e modelli positivi.
La Terza Casa di Rebibbia, a Roma, operativa dal giugno 1993, è un istituto a custodia attenuata, dove pur nel rispetto di precise regole, la vita scorre quasi normalmente, scandita da lavoro e svago, pause di pranzo e corsi formativi.
Abbiamo voluto conoscere più da vicino questa realtà, rivolgendo alcune domande alla dottoressa Isabella Taggi, che dirige l’istituto dal 2000, dopo essere stata a Livorno, a Roma “Regina Coeli” e a Rebibbia Reclusione.

Dottoressa Taggi, come è strutturato l’istituto, ci sono aree verdi, spazi comuni…?

«L’istituto si sviluppa su quattro piani. Al piano terra si trovano gli Uffici della Direzione, la rappresentanza e i locali adibiti a colloquio. Al primo piano trovano posto le aule didattiche, i laboratori e l’infermeria. Nei piani rimanenti si trovano le due sezioni detentive, la palestra, la mensa-cucina e le salette per la socialità, una per ogni sezione. La struttura non ha barriere architettoniche, grazie alla sua recente costruzione. Gli spazi verdi sono vasti e curati. I ristretti hanno a disposizione un bel giardino attrezzato con gazebo, un campo di calcetto in mateco e un campetto polivalente sfruttato per lo più per le partite di tennis. Grazie all’impegno del docente del corso di giardinaggio e all’impegno di alcuni detenuti viene inoltre coltivato un piccolo orto, che produce verdure utilizzate dai detenuti stessi per arricchire e variare il menu: da alcuni anni è stata anche predisposta una piccola serra».

Qual è la tipologia dei detenuti presenti in istituto?

«I detenuti sono tutti tossicodipendenti e uomini. La maggior parte di loro sono italiani, solo il 10% sono extracomunitari, e comunque tutti, prima di poter accedere al nostro istituto vengono selezionati da un Gruppo di filtro composto da operatori interni ed operatori del Ser.T, ed ammessi secondo dei precisi criteri che sono i seguenti: diagnosi di tossicodipendenza e presenza di problematiche connesse all’uso di sostanze stupefacenti e psicotrope, età compresa tra i 20 e i 40 anni, residenza nella Regione, requisito questo che chiaramente viene meno quando si tratta di detenuti extracomunitari privi di sostentamento familiare, e ancora: basso indice di pericolosità sociale, stato psicofisico che non comprometta la partecipazione alle attività trattamentali, pena residua non inferiore a un anno e non superiore a 4/5, l’espressa volontà a fare parte di questo istituto e a seguirne le regole».

Quali sono i principi alla base della custodia attenuata e quali sono le finalità che vi prefiggete?

«Alla base della custodia attenuata vi è l’esigenza di porre in essere un nuovo modello detentivo che offra opportunità di cambiamento soprattutto ai giovani e possa proporre modelli e stili di vita positivi. La finalità del progetto ICATT è quella di attuare una serie differenziata di interventi a rete capaci di rispondere alle esigenze di quegli utenti motivati a smettere e a riconsiderare il proprio stile di vita. Pertanto in istituto vengono privilegiati i compiti di orientamento, cura, riabilitazione e reinserimento sociale attraverso un “lavoro” psicopedagogico individuale che il ristretto attua con l’aiuto e l’intervento di tutti gli operatori interni ed esterni, operatori che prendono in carico i detenuti e li indirizzano verso un percorso terapeutico mirato all’inserimento in una Comunità adeguata alle loro caratteristiche».

Il suo, quindi, è un istituto molto attento agli aspetti trattamentali, in che modo soprattutto li applicate?

«In una prima fase di trattamento gli operatori perseguono due obiettivi: la completa disintossicazione fisica da qualsiasi droga o farmaco e il distacco dalla vita precedente, per cui il soggetto viene sostenuto con colloqui individuali e viene aiutato a rapportarsi con le regole dell’istituto, a confrontarsi con gli altri e a rafforzare la motivazione al cambiamento. Importante è impegnare il soggetto nell’organizzazione e nello svolgimento della vita comunitaria attinente al lavoro, allo studio, alle attività trattamentali nell’osservanza delle regole di vita all’interno dell’istituto. La verifica dei risultati ottenuti si sperimenta anche attraverso i permessi premio.

Quanto spazio nel vostro programma di recupero viene dato al lavoro?

«Al lavoro viene rivolto un grande spazio e una grande attenzione, anche se i fondi a disposizione e i posti assegnati sono limitati. Tutti i detenuti, dopo l’espletamento degli esami medici previsti, vengono avviati al lavoro che è prevalentemente domestico. Ogni mese viene stilato il verbale del lavoro che tiene conto delle attitudini individuali, le esperienze lavorative passate e il bisogno economico, in quanto spesso, per far lavorare tutti i ristretti, viene applicato il part-time. Oltre a questi lavori la Direzione ha organizzato con la Cooperativa Sociale “Made in Jail” una produzione di stampa su magliette nell’ambito del laboratorio di serigrafia che viene remunerato ai lavoratori secondo disposizioni concordate».

Che tipo di corsi professionali vengono svolti?

«Nell’ambito delle attività risocializzanti e terapeutiche rivolte ai detenuti, grazie ai fondi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ogni anno, in ottemperanza al T. U. D. P. R. 309/90, sono organizzati corsi ed attività gestiti da Cooperative o da privati. I corsi seguiti con più interesse e partecipazione sono il laboratorio di mosaico, il corso di giardinaggio e la produzione in serra, corso di ceramica, il laboratorio musicale, i gruppi di espressività corporea, il corso di Scuola media, con moduli formativi per l’educazione permanente (attualmente: corso di informatica, inglese e aggiornamento culturale). Vorrei aggiungere anche che l’anno scorso si è svolto un corso professionale per pizzaiolo, con rilascio di attestato di frequenza e siamo in attesa di poterlo riproporre, dal momento che ha visto una grande partecipazione e considerata la sua spendibilità lavorativa all’esterno».

Che interesse c’è da parte dei detenuti che frequentano i corsi?

«I corsi vengono seguiti con molta attenzione a seconda delle singole predisposizioni e degli specifici interessi. Molti lavori eseguiti nei laboratori di mosaico e di ceramica vengono poi venduti in occasione di mostre mercato interne. Il ricavato dell’eventuale vendita viene ripartito tra l’autore del manufatto e l’Amministrazione che recupera così il costo del materiale messo a disposizione nei laboratori».

Qual è la giornata tipo di un detenuto?

«L’organizzazione della vita quotidiana dei detenuti si svolge con precisi orari e modalità, secondo l’art. 15 del Regolamento d’istituto che prevede la sveglia alle 7.45, quindi dalle 8.00 alle 9.00 la prima colazione e la pulizia delle camere, dalle 9.00 alle 12.30 lo svolgimento delle attività terapeutico-tratamentali, che comprendono anche le attivtà lavorative, scolastiche, sportive, ricreative, culturali e religiose. Quindi dalle 12.30 alle 13.30 c’è la pausa per il pranzo, e alle 14 riprendono le attività fino alle 18. La giornata si chiude con la cena dalle 19.00 alle 20.00 e alle 22.30 si richiudono le celle per la notte. Va detto che alcune attività si svolgono all’esterno con orari diversi in estate e in inverno».

Un tipo di istituto come questo necessita di una cospicua presenza di psicologi e operatori sociali. Che tipo di collaborazione avete, e che rapporto c’è con le istituzioni e il territorio?

«A livello territoriale il rapporto con gli operatori sociali della struttura di “Magliana 80” e della Fondazione di Villa Maraini che effettuano colloqui individuali e di gruppo finalizzati all’eventuale inserimento dei soggetti in Comunità. Ottimo è anche il rapporto con il Servizio Sociale che è incaricato delle inchieste familiari, indispensabili per i programmi di trattamento.
L’istituto non si avvale al momento di psicologi esperti ex art. 80, anche se sono stati organizzati, nell’ambito delle attività risocializzanti e terapeutiche, gruppi di auto aiuto e sostegno psicologico.
I tre psicologi del Ser.T interno trattano gli utenti con programmi tesi a risolvere le problematiche di tossicodipendenza, devianza e disturbi della personalità formulando piani di recupero caratterizzati da una metodologia basata su criteri scientifici di selezione, intervento e verifica dei risultati. L’intervento psicologico è teso a sostenere e motivare terapeuticamente il detenuto tossicodipendente ad accedere consapevolmente al programma terapeutico».

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