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Cosa possono fare le istituzioni e il carcere per contrastare le molteplici insidie delle sostanze stupefacenti? Ne abbiamo parlato con un esperto
di Rossana Arzone

Intervista con Gilberto Gerra Tossicologo, Dipartimento Nazionale Politiche Antidroga

“Doppia diagnosi e diagnosi nascosta”, un progetto di ricerca nato cinque anni fa all’Ufficio Studi Ricerche, Legislazione e Rapporti Internazionali del Dap per identificare, attraverso strumenti diagnostici certificati, i portatori di disturbi psichiatrici nell’ambito della popolazione detenuta tossicodipendente e predisporre quindi un protocollo di interventi. Alla metodologia e ai risultati raggiunti dal Progetto è stato dedicato un Convegno il 27 ottobre scorso, che ha visto la partecipazione, oltre che del Capo del Dap Giovanni Tinebra, del direttore dell’Ufficio Studi e Ricerche, Giuseppe Capoccia, di don Luigi Ciotti, del direttore generale della Direzione Generale Detenuti e Trattamento, Sebastiano Ardita e del responsabile U. F. Carcere, Asl 16 di Padova, Daniele Berto, dei componenti del Comitato scientifico, di esperti e professionisti che hanno impostato la ricerca e seguito il progetto. Tinebra ha sottolineato tra l’altro «il contributo portato da tutte le figure professionali dell’Amministrazione Penitenziaria: dall’Area sanitaria all’Area educativa a quella della sicurezza, con il coinvolgimento diretto della Polizia Penitenziaria in un’opera di trattamento tanto delicata e complessa».
Capoccia ha spiegato che dopo una prima fase “pilota”, che ha preso in considerazione solo due istituti (la Casa circondariale di Regina Coeli a Roma e la Casa di reclusione di Padova), la ricerca si è estesa nel triennio 2001-2004 a venti istituti penitenziari su tutto il territorio nazionale. L’estensione ad un maggiore numero di istituti ha permesso di consolidare i risultati della ricerca e di perfezionare il protocollo degli interventi. La correttezza dell’impostazione dal punto di vista scientifico è stata garantita da un Comitato di esperti esterni all’Amministrazione Penitenziaria. Coordinatore del progetto è stato il professor Gilberto Gerra, tossicologo e responsabile del Dipartimento Nazionale delle Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri. A lui abbiamo rivolto alcune domande sul problema sociale che è rappresentato dall’utilizzo sempre più frequente e più facile delle droghe.

Professor Gerra, recenti ricerche dimostrano che la fascia di età in cui si fa uso di droga è sempre più bassa. A cosa è dovuto, secondo lei questo fenomeno?

«A determinare questa situazione concorrono sicuramente due livelli di elementi. Il primo livello riguarda la mentalità che si è diffusa nella società, soprattutto tra gli adulti, gli educatori e i genitori, che con le droghe si possa convivere; si ignora invece che queste droghe sono considerate illegali dalle Convenzioni delle Nazioni Unite e non come crede qualcuno dalla volontà di qualche Governo. Occorre ricordare che dal 1966 le droghe sono illegali per i 190 Paesi che partecipano alle Convenzioni dell’Onu perché riconosciute dalla Comunità internazionale come veramente dannose per la salute e la sicurezza. Questo concetto è sempre più svalutato dai genitori, dagli educatori e dal mondo adulto in genere e questo porta nei giovani una certa familiarità e disponibilità sperimentale al contatto con le droghe. Si fa sempre più riferimento invece anche sui media ad un uso di droghe compatibile con la vita normale, un uso che non è abuso. In realtà le sostanze come l’alcool hanno questa caratteristica perché un bicchiere di vino può tranquillamente fare parte della dieta giornaliera, molto diverso è per le droghe.
C’è anche un altro motivo però forse più grave. Al Convegno ho fatto riferimento a sofferenze psichiche che condizionano l’approccio a queste sostanze e non possiamo nasconderci che ci sono progressivamente più elementi che feriscono i nostri ragazzi nella fase adolescenziale. Alcuni atteggiamenti temperamentali del carattere, che in un altro contesto culturale potevano per esempio fare di una persona il miglior guerriero della tribù, perché più aggressivo, più esplorativo, più avventuroso, nel nostro contesto vengono considerati disadattamenti sociali o comportamenti fuori dalle righe. In sostanza il cambiamento sconvolgente avvenuto negli ultimi 35 anni, che ha visto trasformarsi la famiglia allargata, di tipo quasi tribale, in una famiglia mono cellulare, dove la madre non ha più l’appoggio della nonna, o di altre figure femminili all’interno della famiglia che l’aiutino nel ruolo di madre, ha profondamente mutato i processi educativi con maggiori rischi per i bambini e gli adolescenti».

La tossicodipendenza è una malattia o un vizio?

«Sicuramente è una malattia del cervello, e una malattia anche più complessa rispetto ad altri disturbi mentali perché c’è un’esposizione ad un agente esterno. Sicuramente di base c’è un cervello vulnerabile, ci sono poi una serie di condizioni ambientali sociali e relazionali e infine c’è l’agente esterno della droga neurotossica. Questi sono i tre pilastri di una delle più gravi malattie del nostro tempo».

Venendo alla somma drammatica di tossicodipendenza e problemi psichiatrici, si può dire che l’una sia frutto dell’altra o viceversa?

«È necessario fare una premessa. Un ragazzo che comunque si avvicina anche all’uso delle droghe leggere è un ragazzo in qualche modo ferito, è un ragazzo con una soglia bassa di disponibilità a provare le droghe perché c’è già qualche zoppicamento interno, qualche difficoltà ce l’ha già dentro. Questo non significa che si tratti di grandi patologie psichiatriche, sono situazioni di confine, magari anche transitorie tipiche dell’adolescenza. Un’età in cui è facile essere esclusi dal “gruppo” perché l’immagine che si ha non rispecchia esattamente quella che ci viene propinata dalla televisione. Si può essere quindi facilmente discriminati e questo suscita ansia e insicurezza. Viste dall’esterno, da un adulto, queste possono sembrare piccole cose, ma in realtà per un adolescente che le vive possono diventare situazioni veramente insostenibili. Le droghe diventano quindi il mezzo per farsi accettare, o per non percepire quello stato d’ansia. Da qui si può poi scorporare un gruppo, anche consistente, di individui che hanno più difficoltà, più ferite, e che costituiscono un sottogruppo a serio rischio.
Io preferisco non parlare di doppia diagnosi, ma di doppio legame con le droghe. Le droghe in sé sono capaci di legare qualsiasi individuo perché hanno il potere di creare dipendenza, ma se una persona ha qualcosa da “curare” con le droghe è evidente che il legame diventa doppio: da un lato ci sarà la dipendenza che avviene in chiunque, anche in un animale a cui venisse somministrata la droga, dall’altro c’è il legame dovuto agli effetti che la droga ha su chi la usa, come una sorta di automedicazione per uscire da una situazione di forte disagio. Diverso è quello che succede ai pazienti con un disturbo psichiatrico conclamato, cioè con forte depressione, una schizofrenia, un disturbo della personalità che nasce indipendentemente dalla tossicodipendenza. Il problema di base è che non si pone sufficiente attenzione nel fare le anamnesi, cioè nell’analizzare i comportamenti di un individuo a rischio: solo così si possono poi fare delle diagnosi accurate e quindi dare delle cure mirate. Con troppa superficialità si danno tranquillanti, o farmaci con la pretesa di curare disturbi psichici. Molto spesso i farmaci che vengono utilizzati anche come automedicazione da soggetti con qualche disturbo sembrano buoni a breve termine, ma complicano invece terribilmente il disturbo. L’iperattivo che si cura per esempio con la cocaina, per due mesi diventerà padrone di sé, ma nei mesi seguenti diventerà aggressivo, ostile, paranoico e ancora più iperattivo di prima. In più a quel punto sarà completamente dipendente dalla droga e non potrà più farne a meno.
Tutti quindi i soggetti hanno un doppio legame con la droga nel tentativo di automedicarsi, ma c’è un sottogruppo che ha qualcosa di autonomo e di molto pesante di conclamato da curare: per questi soggetti il doppio legame è ancora più drammaticamente evidente».

Nel carcere che percorsi clinici specifici dovrebbero essere seguiti?

«I tossicodipendenti in generale possono usufruire del servizio straordinario dell’équipe del Sert, che opera in carcere. Questo servizio mirato offerto in più all’Amministrazione Penitenziaria dalle Asl rappresenta veramente un enorme aiuto. Però il rischio è che si creino delle piccole isole. È importante che ci sia invece un’équipe unitaria rappresentata da sanità penitenziaria e Sert che disegni dei percorsi unitari dove nulla sia trascurato, dal primo momento dell’ingresso in carcere (forse il momento più delicato), fino all’uscita del detenuto a pena ultimata. È importante che ci sia con il paziente un contatto quotidiano, anche se breve, ma che lui si senta seguito. Altrettanto importante è, poi, che gli operatori apprendano le metodologie in maniera specialistica Ci sono delle strategie di terapie specifiche che devono assolutamente essere apprese».

Ritiene che quindi si debbano fare dei passi avanti anche nella formazione in tal senso?

«Sicuramente sia all’interno dell’istituto che nei Sert, c’è un enorme compito sul piano formativo da svolgere, perché si provveda alla terapia psicosociale non in maniera superficiale».

Cosa dovrebbero fare, secondo lei, di più di quanto già fanno le istituzioni sul territorio?

«Bisognerebbe lanciare un forte appello dal carcere perché anche chi è fuori provveda a realizzare dei percorsi mirati e differenziati e non cure standard per tossicodipendenti in genere. È troppo facile parlare di drogati o di alcolisti, perché all’interno di queste catalogazioni così generiche si trovano sottogruppi che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. C’è chi usa la cocaina e lavora in banca e non ha mai rubato neanche mille lire e ci sono pazienti che aspettano lo spacciatore in stazione e scippano le signore anziane. Due tipologie quindi profondamente diverse che noi terapeuti dobbiamo trattare in maniera molto diversa. Non ci può essere una monocura, ma sono necessarie cure mirate e differenziate».
(R.A.)

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