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Il Direttore dell'Ufficio Detenuti apre il dibattito sugli interventi che possono rendere più efficace l'esecuzione penale esterna.
Francesco Gianfrotta

Forse ci sono, finalmente, le condizioni perché l'esecuzione penale esterna esca dalla condizione di marginalità in cui si trova relegata. Nonostante un quadro normativo articolato, spesso accusato

 in modo sbrigativo di consentire una troppo ampia possibilità di scontare la pena fuori del carcere, l'esecuzione penale esterna è sempre stata un mondo a parte, poco conosciuto e mai molto apprezzato, perfino dentro l'Amministrazione Penitenziaria. E tuttavia, nel corso dell'ultimo anno, nei confronti dell'esecuzione penale esterna si è diffuso un interesse senza precedenti, che ha coinvolto istituzioni, amministrazione e società civile. Dopo un grave fatto di cronaca accaduto a Milano nel gennaio dello scorso anno, forse per la prima volta, sui più grandi quotidiani, vi è stata una rappresentazione del funzionamento delle misure alternative alla detenzione decisamente fuori dagli schemi e dagli stereotipi. Sono state pubblicate cifre (quelle relative al numero dei soggetti presi in carico dai Centri Servizi Sociali Adulti, CSSA - circa trentamila - ma anche quelle delle revoche delle misure) sconosciute ai più. Questa vera e propria "contro-informazione", che ha visto come protagonista attiva l'Amministrazione Penitenziaria, ha trovato ascoltatori attenti. Dopo i fatti di Sassari, il Ministro Fassino ha ripreso gli stessi temi in molteplici occasioni (pubbliche, ma anche nel corso di contatti diretti con il personale della nostra amministrazione), e nel "pacchetto" di interventi governativi predisposti per la giustizia ed il sistema penitenziario vi è traccia significativa della scelta di dare nuova capacità operativa all'attività dei CSSA. Le cronache giornalistiche delle manifestazioni di protesta nelle carceri sono state non di rado accompagnate da una attenzione, nuova anche se ancora insufficiente, verso il funzionamento delle misure alternative alla detenzione. Anche l'Amministrazione Penitenziaria non si è limitata a mere enunciazioni. Un primo gruppo di lavoro ha depositato un'ampia relazione nella quale, oltre ad una analisi completa dei problemi, vecchi e nuovi, con i quali si misura il settore delle misure alternative alla detenzione, sono contenute precise proposte di interventi "riformatori". Un secondo ha formulato proposte innovative di carattere organizzativo (la costituzione di apposite aree presso i PRAP, l'introduzione dell'orario flessibile nei CSSA, interventi volti ad assicurare ai CSSA un parco di auto di servizio adeguate alle necessità). Un terzo, prossimo a terminare la propria attività, si esprimerà sul delicato problema delle funzioni di controllo demandate ai CSSA sui soggetti presi in carico. L'insieme di tali proposte consentirà di disegnare un coerente percorso di rilancio dell'area penale esterna, la cui realizzazione sarà affidata alla stessa Amministrazione Penitenziaria. Pur senza interventi sul quadro normativo, l'intero settore potrà acquistare una capacità operativa all'altezza dei suoi compiti istituzionali e divenire visibile all'interno e all'esterno dell'amministrazione: ciò sarà il segno di un investimento consapevole, dipendente non dall'esigenza di sfollare, comunque, le carceri, ma da una precisa opzione di politica dell'esecuzione penale. Sarebbe un grave errore leggere questo processo e l'esito che esso avrà come la vittoria di una componente dell'amministrazione in danno di altre. Se non si affermerà una nuova cultura (quella della attenzione all'interesse generale), sull'altra (decisamente da superare) che - nella migliore delle ipotesi - pone, avanti ad ogni altro, l'obiettivo della visibilità dell'una o dell'altra categoria, sarà difficile, per l'Amministrazione Penitenziaria, avere un futuro diverso dal passato anche più recente. Centrale sarà il nuovo ruolo che i CSSA dovranno assumere. Essere, a tutti gli effetti, gli uffici amministrativi titolari della esecuzione penale esterna ed essere riconosciuti come tali vuol dire porre al centro della organizzazione e della azione amministrativa la multiprofessionalità. Come l'esecuzione penale in carcere non può nutrirsi di sola sicurezza, così l'esecuzione penale all'esterno del carcere non può ridursi a mero sostegno del soggetto preso in carico. E come il tempo della detenzione deve essere riempito da concrete opportunità di reinserimento sociale, così l'esperienza della esecuzione della pena all'esterno del carcere non può perdere, né vedere sfumata proprio la sua specifica connotazione. Ciò comporta che alla indispensabile funzione di sostegno a favore di chi vi è ammesso, si accompagni quella del controllo sulla esecuzione della misura. Entrambe hanno bisogno di essere rivitalizzate, valorizzando un ricco patrimonio di esperienze accumulate in 25 anni: la prima, in un più stretto e proficuo rapporto con l'insieme delle articolazioni (istituzionali e sociali) del territorio; la seconda, recuperando pienamente il senso dello svolgimento di una funzione tipica dello Stato, quale è l'amministrazione della giustizia, di cui essa è parte. Parlare di multiprofessionalità vuol dire, allora, pensare ai CSSA in termini radicalmente nuovi rispetto all'oggi, quali enti che dovranno agire su vari piani, con il contributo di esperti portatori di sensibilità e culture professionali molteplici e diverse: da quella della assistenza a quella del controllo, senza escludere quelle della osservazione nelle sue diverse specificità, e sempre ricercando un costante rapporto con l'intera comunità. Questa prospettiva di riforma può servire a sdrammatizzare una questione che ha visto, nei mesi scorsi, pronunciamenti forti e preoccupati. Sarà pur vero che la nuova denominazione da dare ai CSSA deve riflettere una sostanza diversa. E tuttavia il futuro dei CSSA non può dipendere dal mantenimento di un aggettivo. Ma proprio per non perdere di vista la sostanza delle questioni, occorre porsi le domande giuste. Per superare i momenti di incomprensione con la magistratura di sorveglianza, occorre domandarsi se i rilievi di inadeguatezza mossi all'azione dei CSSA siano riconducibili esclusivamente alla penuria di risorse (fatto incontrovertibile), o non anche ad una cultura complessiva che va ripensata e che non deve temere di contaminarsi con altre che consentano una più compiuta sintesi sul piano della progettazione e realizzazione degli interventi. Nessuno è chiamato a negare se stesso e la propria formazione, e perciò gli assistenti sociali non hanno da temere la perdita del loro ruolo di soggetti attivi dei possibili percorsi di reinserimento sociale. E tuttavia la domanda sociale di giustizia in senso ampio richiede che organizzazione e realizzazione degli interventi che si collocano nel quadro della esecuzione penale esterna ricevano una qualificazione che le pongano all'altezza delle necessità: diversamente, l'uscita dalla perdurante marginalità rimarrà un sogno. Senza contare che ciò che in Italia è messo in dubbio, nel resto del mondo è pacifico da sempre. Per finire. Un diverso futuro dell'esecuzione penale esterna e, con essa, dei soggetti che vi sono preposti, rende attuale l'esigenza di una sua diversa collocazione nell'ambito del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria: una nuova direzione generale pare la soluzione più appropriata, perché più adeguata alla nuova realtà che si delinea.

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