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Dove stiamo andando? Quali sono i caratteri distintivi della nostra società? Ecco una radiografia del Paese tracciata dal responsabile di un importante Centro di ricerche.
Gian Maria Fara, Presidente dell'Eurispes

La cultura è un sistema di attitudini, valori e conoscenze che determinano una società e che sono trasmessi di generazione in generazione. Gli aspetti centrali e consolidati della cultura sono resistenti

al cambiamento, perché ciò richiede, tanto all’individuo quanto alla società, uno sforzo enorme che, obbligando ad una riorganizzazione degli strumenti cognitivi, produce incertezza ed ansia. Nell’ambito di un prolungato mutamento delle condizioni socio-economiche, naturalmente si modificano e trasformano anche i princìpi basilari di una cultura, ma questo processo è facilitato e catalizzato dal ricambio generazionale della popolazione, in quanto gli adulti – già socializzati ed in possesso di una stabile visione della vita ancorata ad un sistema di valori ben definito – sono particolarmente restii al ri-orientamento culturale.
Il tramonto della società agraria ha lasciato campo libero alla ricerca del successo economico, all’affermazione dell’individualismo, dell’innovazione e di norme sociali sempre più secolari. Ne seguì la "sindrome" culturale ed economica che portò alla nascita del capitalismo ed alla rivoluzione industriale. Dopo di che, l’accumulazione economica (per gli individui) e la crescita economica (per le società) sono divenute priorità assolute per una parte sempre maggiore della popolazione mondiale.
La saturazione del moderno – cioè il raggiungimento di un non plus ultra nella crescita economica (di cui la diminuzione dei profitti industriali appare il segnale più evidente) – provoca l’affermazione del post-moderno che produce alcuni mutamenti fondamentali: nel sistema dei valori, sempre più orientato ad esaltare l’importanza della qualità della vita, via via che cresce la coscienza che le risorse non sono infinite e che la ricchezza ha un senso nella misura in cui può essere impiegata per il miglioramento della vita stessa; goduta, nella struttura istituzionale, perché le organizzazioni gerarchiche e burocratiche che hanno contribuito a creare la società moderna (Stato burocratico, partito politico, sindacato, catena di montaggio e produzione di massa) hanno raggiunto i limiti della loro efficienza funzionale e stanno raggiungendo quelli della loro accettabilità di massa. E comunque sembrano sempre meno in grado di interpretare la nuova complessità.

IL RIFIUTO DELLA BUROCRAZIA
La catena di montaggio e la burocrazia sono stati due strumenti essenziali nella organizzazione della società industriale. Nella prima fase della modernizzazione hanno avuto un’enorme importanza, rendendo le fabbriche capaci di produrre milioni di unità ed i governi di trattare milioni di individui attraverso routines standardizzate. Il ruolo della burocrazia è stato di notevole importanza, soprattutto nel garantire l’affermazione ed il consolidamento dei processi democratici finalmente sottratti al capriccio feudale del signore di turno. Oggi, le masse della società post-moderna sono disposte a tollerare istituzioni centralizzate burocratiche assai meno che in passato, a causa del cambiamento del sistema dei valori.
La burocrazia, quale espressione del moderno, è incline a sacrificare l’identità e l’autonomia individuali all’accrescimento della produttività, per cui nell’interazione con il cittadino essa adotta modi standardizzati ed impersonali. Essa lavora e funziona per procedure piuttosto che per obiettivi per cui l’esito, il risultato finale diventano secondari rispetto alle procedure messe in atto, confondendo i mezzi con i fini anzi rendendo quasi trascurabili i secondi. Si capisce, dunque, perché la sua efficacia e la sua accettabilità stiano scemando: con l’affermazione dell’individualismo post-moderno ed il parallelo declino dei valori moderni, i soggetti risultano sempre più insofferenti al "costo umano" che la burocrazia esige.

MATERIALISTI E POST-MATERIALISTI
Gli italiani nati nel dopoguerra sono cresciuti in situazioni completamente diverse da quelle che avevano segnato la vita delle generazioni precedenti. Il miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta consentì di raggiungere livelli di prosperità senza precedenti nella storia italiana. La torta dei beni disponibili divenne molto più grande, crebbero il reddito ed i consumi ed insieme la sicurezza e l’ambizione. L’impatto di una prosperità così improvvisa interagì con un secondo fattore: l’emergere del moderno "stato sociale". Cambiamento intergenerazionale e cambiamento dei valori si sovrapposero, trasformando gradualmente i riferimenti culturali di una società che si andava evolvendo da agricola e tradizionale in industriale e moderna. Consolidata la crescita ed entrata l’Italia nel novero delle prime dieci potenze industrializzate del mondo, divennero preminenti quei bisogni di appartenenza e di stima, quell’esigenza di soddisfazione intellettuale ed estetica che contraddistinguono la post-modernità.
L’emergere del post-materialismo non riflette un capovolgimento delle preferenze, bensì un mutamento delle priorità: i post-materialisti non attribuiscono un valore negativo alla sicurezza economica e fisica – anzi la valutano positivamente – ma, diversamente dai materialisti, danno priorità all’autoespressione ed alla qualità della vita; cercano insomma di dare un senso alla crescita ed alla ricchezza e di orientarle verso un miglioramento del benessere personale. La gente si preoccupa, come sempre, ma si preoccupa di cose diverse.

IL DECLINO DEI PARTITI POLITICI E DEL RAZIONALISMO
Nella sfera politica, l’ascesa dei valori post-moderni ha comportato una diminuzione del rispetto per l’autorità ed un interesse crescente per la partecipazione e l’autoespressione. Il che ha complicato la posizione ed il compito delle élites di governo. Con la caduta dei miti e delle ideologie, la fedeltà ai partiti politici gerarchici si è notevolmente ridotta. Il pubblico è sempre meno disponibile a farsi irreggimentare. È diventato più autonomo e tende sempre di più a sfidare le élites quando queste appaiono incapaci o restie ad interpretarne le attese e le esigenze.
La fiducia dell’opinione pubblica nella classe politica tende ad affievolirsi e di pari passo aumenta la resistenza opposta alle ingerenze del governo e soprattutto alla eccessiva produzione di norme e di leggi. Oggi i leader politici dei paesi industrializzati, e quelli italiani in particolare, stanno attraversando uno dei momenti di consenso più basso che abbiano mai avuto. Ciò è attribuibile non tanto alla loro minore competenza rispetto ai leader del passato, quanto al generale, progressivo declino del consenso nei confronti delle istituzioni politiche ed allo spostamento di interesse verso problematiche individuali. Anche sul fronte del razionalismo ci troviamo di fronte ad un atteggiamento nuovo e, per certi versi, contraddittorio. Benché i processi di secolarizzazione non sembrino attenuarsi, è in atto una riscoperta della dimensione spirituale, che porta i soggetti ad interrogarsi maggiormente sul significato e sul fine ultimo della vita. Il dominio, incontrastato sino a pochi anni fa, della razionalità scientifica lascia il passo alla ricerca di senso ed alla riflessione escatologica. A tal proposito, si potrebbe sostenere che proprio i progressi tecnologici e scientifici – le cui scoperte descrivono e realizzano scenari fino ad oggi inimmaginabili – stimolino il senso della "grandiosità del progetto umano", riportando in auge quel sovrannaturale ghettizzato o espulso dalla modernità.
Di conseguenza gli italiani sono sempre più propensi a dedicare tempo alla ricerca del senso e dello scopo della vita. La religione svolge una serie di funzioni tra le quali quella di fornire delle linee guida e delle certezze in un mondo incerto e, almeno per gli italiani, la Chiesa cattolica, sotto la guida di Giovanni Paolo II, è tornata ad essere la principale, o forse l’unica, grande "agenzia di senso e di orientamento", un punto di riferimento essenziale nell’instabile condizione della post-modernità e di fronte al marasma dei "valori" proposti dalla nuova complessità.

IL RICAMBIO GENERAZIONALE
Il ricambio generazionale rappresenta un motore del cambiamento culturale. I primi post-materialisti nostrani – emersi negli anni Sessanta ed allora protagonisti dei movimenti giovanili di protesta – formano le attuali élites della società italiana. Gli studenti di trent’anni fa sono diventati grandi, hanno acquisito posizioni di vertice, e con loro il post-materialismo è penetrato profondamente tra i professionisti, i servizi, i manager, nel mondo della cultura, della comunicazione e dell’informazione, nella politica. Ciò ha fatto sì che i post-materialisti divenissero nel tempo la forza dominante in molte università, nei centri di ricerca, nelle Tv, nei giornali e nelle case editrici. Negli anni Sessanta erano studenti che protestavano, nel Duemila sono titolari di cattedra, direttori di dipartimento, direttori di importanti testate, editori: in una parola, le élites culturali. Purtroppo, però, i post-materialisti, partiti dalle barricate sessantottine, non sono arrivati "intatti" al potere, ma hanno accettato che durante il percorso i propri valori subissero una serie di aggiustamenti, compromessi e modifiche. A ciò si aggiunga che tutte le rivoluzioni tendono, alla fine, a stabilizzarsi. Quei giovani di allora non hanno più, oggi che sono nella stanza dei bottoni, nessuna velleità rivoluzionaria e per molti tratti sembrano scarsamente interessati al cambiamento. Difendono piuttosto il mantenimento dello statu quo, cioè la conservazione del loro ruolo e del loro potere e, perché no, anche del loro reddito. Si dirà che è il solito epilogo, ma restiamo convinti che non fosse il solo possibile.

BENESSERE E DEMOCRAZIA
Le istituzioni democratiche dipendono dalla sicurezza che l’opposizione rispetterà le regole del gioco. Gli oppositori politici devono poter essere considerati concorrenti "leali", dai quali ci si aspetta un governo parimenti rispettoso delle leggi e pronto a passare di mano in seguito ad una successiva sconfitta elettorale. Questa, in termini elementari, la descrizione della "democrazia compiuta" e la difficile congiuntura italiana dimostra quale centralità questo problema abbia assunto nel dibattito politico. I due blocchi che si contendono il diritto di governare non si fidano l’uno dell’altro e, accusandosi a vicenda, non fanno che minare le basi di quella stessa democrazia che a parole vorrebbero difendere. Così come accade per la "fiducia istituzionale", la "fiducia interpersonale" svolge un ruolo determinante nel funzionamento delle istituzioni democratiche. Esiste, difatti, un legame molto stretto tra la "fiducia" e la stabilità della democrazia. Nella società pre-industriale, la povertà cronica era data per scontata e ritenuta uno dei tanti aspetti della vita. Nella società industrializzata, però, l’opinione pubblica si è abituata al fatto che il governo debba garantire un adeguato benessere. Di conseguenza, nei paesi industrializzati un livello di benessere soggettivo relativamente alto rappresenta una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la stabilità della democrazia. Alti livelli di sperequazione del reddito inducono ad una estremizzazione delle posizioni tale che porta i poveri a considerare di non aver nulla da perdere e tutto da guadagnare da un cambiamento radicale. Ciò non può che esasperare la vita politica. Al contrario una ripartizione equa del reddito favorisce lo spirito di compromesso e la moderazione (tutti hanno qualcosa da perdere!): due aspetti vitali per la democrazia. La partecipazione costituisce uno dei tratti salienti della vita democratica. Le statistiche elettorali descrivono un’apatia politica, su cui è opportuno spendere alcune considerazioni. I cittadini sono sempre più restii a recarsi alle urne in quanto considerano il voto una forma di partecipazione in buona misura gestita da quella classe politica in caduta libera nella stima degli elettori. Nello stesso tempo, in tutte le società industriali, essi esitano sempre meno ad assumere atteggiamenti di sfida nei confronti del potere, politico e non.
La visione privata del sociale e dell’economia, da un lato, spinge i soggetti ad allontanarsi dalla politica e dalle istituzioni, dall’altro, sembra aumentarne il grado di coinvolgimento in azioni di protesta: da Davos a Nizza, da Greenpeace alle tante associazioni di difesa dei cittadini, solo per citare qualche esempio e qualche protagonista. Le manifestazioni più eclatanti sono state organizzate da gruppi caratterizzati da una forte connotazione ideologica: ambientalisti, animalisti, anarchici ed estremisti di varia estrazione. Tutti questi soggetti vengono talvolta raccolti nella definizione "popolo di Seattle", in seguito alla congiunta e dura azione di protesta che nel dicembre del 1999 fece praticamente fallire il vertice del Wto (l’organizzazione mondiale per il commercio) tenutosi nella città statunitense. Solo quando dai problemi macroscopici, come la globalizzazione o la salvaguardia ambientale del pianeta, si passa al vissuto quotidiano (si pensi ai recenti rincari delle bollette o alla questione dei mutui usurari) allora è pronto a mobilitarsi anche il cittadino comune. Si ha l’impressione di una divaricazione tra piccole e grandi proteste (cioè, rispettivamente, su piccoli e grandi temi): le prime infiammano l’opinione pubblica assai più di quanto non facciano le seconde, mentre sarebbe lecito attendersi il contrario. La massa "delega" le grandi proteste, e quindi i temi ad esse sottesi, a frange agguerrite, tra l’altro per molti versi irriducibili, alla sub-cultura del consumatore/utente/risparmiatore in cui è possibile identificare il cittadino medio. Eppure eventi come i disastri ecologici e la sopraffazione dei diritti fondamentali dell’uomo dovrebbero allertare ognuno di noi, per quanto chiuso nella prospettiva limitante del sé. Non è ipotizzabile, infatti, una così generalizzata incapacità di comprendere come i problemi globali minaccino chiunque, indipendentemente dalla profondità della nicchia dove ci si è rifugiati. Pochi giorni or sono è stata definitivamente dismessa la centrale di Chernobyl. Lascia paurosi ricordi e rovinose eredità, tra le quali una particolarmente profonda: un senso di impotenza di fronte alla globalizzazione del rischio che paralizza i cittadini di ogni latitudine. Di qui la rimozione con cui le società post-moderne rispondono ai problemi globali, più o meno comodamente illuse che sia questo il modo di affrontarli. Di qui l’insanabile contraddizione tra apatia sostanziale ed attivazioni di bassissimo profilo.
Quello che si profila è un confronto politico che riflette la polarizzazione tra tematiche moderne e post-moderne e che si distacca dal tradizionale conflitto tra la destra e la sinistra per la proprietà dei mezzi di produzione e la redistribuzione del reddito. (...)

L’APPARTENENZA STRUMENTALE
La politica dovrebbe rappresentare il "sistema terzo", l’arbitro, il regolatore tra le pretese, spesso brutali, della razionalità capitalistica e le istanze e le attese della società civile. Un compito che la politica non pare più in grado di assolvere. Secondo alcuni, la crisi di ruolo e di rappresentanza della politica potrebbe essere superata dal federalismo o dal localismo che sarebbero in grado di trasferire e risolvere in periferia e nella piccola dimensione questa incapacità di regolazione. In sostanza, si ritiene che ripartendo dal basso, si potrebbe rilegittimare il ruolo della politica e dello stesso mercato restituendo a quest’ultimo la razionalità sociale e l’identità perse attraverso i processi di globalizzazione. Ma questa appare, a nostro parere, una aspirazione impossibile. Forse in periferia e nella piccola dimensione è più semplice individuare e catalogare interessi e bisogni, ma l’incontro o la mediazione tra questi non può avvenire con una politica delle maggioranze, ma solo attraverso la capacità di riuscire a dar voce e spazio alle minoranze che, in centro come in periferia, tendono comunque ad essere emarginate da un sistema della rappresentanza che sembra più incline all’esclusione che non alla partecipazione. La riduzione sempre più massiccia della partecipazione al voto trova qui la propria origine più evidente e specifica. L’introduzione del sistema maggioritario con la pretesa, non realizzata, di concentrare in due blocchi contrapposti le diverse posizioni politico-culturali, di fatto esclude ampie porzioni dell’elettorato che non si riconoscono nel ticket voluto dalla "reductio" imposta dal maggioritario. In questo senso sarebbe auspicabile un ritorno al proporzionale e la ripresa di una "mediazione in alto" delle diverse istanze sociali, politiche e culturali. Ciò restituirebbe alla politica parte della legittimazione a governare persa nel corso degli anni. Un’altra delle contraddizioni è rappresentata dalla difficile convivenza di due tendenze del localismo: la prima prodotta dalla convinzione che lo Stato nazionale con i suoi orpelli, la sua burocrazia, le sue procedure debba essere considerato un ostacolo alla valorizzazione dei territori, dei soggetti e delle peculiarità locali; la seconda legata alla consapevolezza della necessità di una rappresentazione "di fronte al mondo" che la dimensione locale non è comunque in grado di garantire.
Il risultato finale è quello di voler essere, nello stesso tempo, liberati e rappresentati. Si assiste all’affermarsi di una teoria "dell’appartenenza strumentale" secondo la quale lo Stato lo si usa quando serve e lo si ignora quando non conviene e, comunque, non vi sono particolari vantaggi nell’abbatterlo.

COMUNITÀ E SOLITUDINE: I PORCOSPINI
" Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione" [Schopenhauer, 1836]. Il racconto dei porcospini, dei loro aculei e della loro necessità di stare assieme per difendersi dal freddo, rappresenta una buona metafora per descrivere questo nostro Paese. Oscilliamo tra l’idea d’essere una nazione (anche questa mai definitivamente e coraggiosamente affermata) e le spinte più localiste e campanilistiche che a volte si tramutano in veri e propri deliri politici. Quando fa freddo ci stringiamo gli uni agli altri e quando gli aculei danno fastidio ci allontaniamo irritati e disdegnosi di riconoscerci. Siamo tra le poche nazioni in cui fa notizia l’esecuzione dell’inno nazionale, anche questo sottoposto alla stressante oscillazione tra orgoglio ed indifferenza.

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Il testo integrale del Rapporto Italia si può richiedere all’EURISPES
(L.go Arenula, 34 - Roma Tel. 0668210205)

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