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Il direttore del carcere romano descrive le caratteristiche dell'Istituto e lo sforzo che si sta facendo per il recupero dei detenuti.
Alessandro Mauro

incontro con Stefano Ricca direttore della Casa di Reclusione di Rebibbia

La prima cosa che si vede è un campo di calcio, sulla destra. Appena lasciata la via Tiburtina ed entrati nel complesso dei penitenziari di Rebibbia. Poi c’è il gabbiotto, la sbarra per

le macchine, un lungo viale: fin qui, tanto per dire, potremmo essere all’università. Invece no.
A Roma, quando si dice Rebibbia, la prima cosa che viene in mente è proprio il carcere, sebbene da un po’ di anni si chiami così anche il capolinea di una delle due metropolitane, quella che arriva a poche centinaia di metri da qui.
Il carcere, in realtà, sono quattro: Casa di Reclusione, Casa Circondariale Femminile, Nuovo Complesso e Terza Casa Circondariale. E come capita di fronte ad agglomerati particolarmente vasti e articolati, pur se relativi a un solo ambito, viene da pensare: "una città". Che in questo caso si colloca dove l’altra comincia a finire, come a dire subito fuori della porta. Eccole, le due città, quelle suggerite dal nome di questo giornale. L’una grande, mutevole, frenetica senza averne l’indole. Città aperta per antonomasia. L’altra no.
L’ingresso della Casa di Reclusione, rispetto alla Tiburtina, è completamente dall’altra parte del viale, dove il perimetro del complesso lambisce le forme di una periferia senza mastodonti, quasi paesana.
Abbiamo appuntamento con Stefano Ricca, che di Rebibbia Penale (la Casa di Reclusione si chiama anche così) è direttore da giugno dell’anno scorso, perché lui e i suoi collaboratori ci descrivano le caratteristiche di un istituto con evidenti peculiarità, sia rispetto al panorama penitenziario capitolino sia a quello nazionale.
Quasi un’unicità che Ricca, con 23 anni di Amministrazione Penitenziaria alle spalle, valorizza anche alla luce del confronto con esperienze differenti.

Direttore, chi non si occupa di carcere pensa che Rebibbia sia un unico Istituto, a parte l’ovvia suddivisione in maschile e femminile ...
"Invece il polo di Rebibbia consta di quattro Istituti diversi. Questo è stato il primo a sorgere, seguito dalla Casa circondariale femminile. Poi, solamente negli anni ’60, è iniziata l’edificazione del nuovo complesso, che ospita più di 1.500 detenuti ed è l’istituto più esteso. Ancora più tardi è arrivata la terza Casa circondariale, che ospita esclusivamente detenuti tossicodipendenti sottoposti a un trattamento avanzato di carattere sperimentale. Ciascuna realtà è a sé stante da ogni punto di vista, compreso quello della direzione".

Parliamo della Casa di Reclusione.
La storia di Rebibbia inizia proprio qui (Ricca ci mostra una foto aerea di molti anni fa n.d.r.), con quella che è stata chiamata Casa Penale fino al 1975, quando con la riforma penitenziaria sono cambiate anche le denominazioni degli istituti ed è diventata Casa di reclusione.

Qui dentro, come è proprio di una casa di reclusione, si scontano pene definitive e molto spesso lunghe, ergastolo compreso. Infatti secondo l’ordinamento le pene inferiori a 5 anni possono essere espiate anche nella casa circondariale. Al di sopra di questa soglia è obbligatoria la destinazione a una casa di reclusione.
Diciamo che uno dei criteri di massima dell’ordinamento penitenziario è quello di evitare commistioni tra detenuti diversi, tanto che alcune case circondariali hanno al loro interno una sezione di reclusione".

Che differenza c’è a lavorare in un carcere che ospita persone con condanne di questo tipo?
"La pena detentiva lunga consente la realizzazione di interventi sulle persone. Può sembrare paradossale, ma anche basandomi sulla mia esperienza diretta credo di poter dire che di solito il clima che si vive all’interno della Casa di reclusione è meno teso rispetto a quello delle Case circondariali.

Qui in linea di massima il detenuto ha la consapevolezza di una situazione che ormai è determinata, mentre nelle case circondariali occorre spesso fare i conti con l’ansia determinata dalle situazioni processuali, senza dimenticare che talvolta nelle case circondariali vengono ospitati anche dei soggetti che poi alla prova dei fatti si scoprono essere non colpevoli, ed è ovvio che una situazione di carcere vissuta da un innocente generi situazioni di forte malessere, scarsa accettazione, conflittualità.
A condanna avvenuta accade invece con frequenza che il detenuto tenda a strutturare la sua vita dall’interno dell’Istituto penitenziario".

Come contribuisce l’Amministrazione Penitenziaria a questa strutturazione?
"Lo sforzo che noi facciamo è quello di mantenere vivi e se possibile rinsaldare i rapporti con le famiglie, perché la cosa che io ritengo fondamentale è considerare l’esperienza del carcere una parentesi, breve o lunga che essa sia. Allora la cosa importante è che questa parentesi non produca isolamento, intanto rispetto al contesto sociale in senso ampio, ma anche rispetto a un contesto specifico, per esempio quello familiare".

Il discorso della parentesi, così a prima vista, sembrerebbe non prevedere l’ipotesi ergastolo...
"Sì, sembrerebbe. Devo dire che proprio sul tema dell’ergastolo i detenuti di questo istituto sono particolarmente sensibili e portano avanti un loro specifico discorso contro un tipo di condanna che non lascia spazio alla speranza. È un percorso importante, che si alimenta di iniziative di carattere culturale e sportivo.
In ogni caso, c’è da dire che l’ordinamento giuridico mette a disposizione tutta una serie di misure alternative alla detenzione. Così anche gli ergastolani sono legittimati a nutrire quella speranza che in pratica, all’interno degli istituti penitenziari, costituisce la ragione di vita. Basandomi sulla mia esperienza, ma anche attingendo a statistiche nazionali, mi sento di dire che il numero degli ergastolani che lascia gli istituti di pena è assolutamente rilevante".

Ragionavamo sull’antinomia penale-circondariale. Ma quali sono le specificità di Rebibbia rispetto a un’altra Casa di reclusione?
"Direi senz’altro questa grossa vivacità, che si manifesta attraverso la presenza di circoli, di momenti associativi, di libero associazionismo tra detenuti.
Qua dentro ci sono filiazioni di organizzazioni come Arci e Acli e questa è una caratteristica unica in tutto il panorama italiano, tanto più che tutto ruota intorno a iniziative non solo finalizzate al momento ricreativo, ma relative a progetti.
Un altro elemento caratterizzante è la quantità e la qualità della presenza di volontari, una presenza che raggiunge in tutto le 180 unità".

I detenuti quanti sono?
"Il numero complessivo si aggira intorno ai 400. Circa 280 sono detenuti a regime ordinario, mentre i restanti usufruiscono di misure alternative: una novantina sono i semi-liberi e altri 30 detenuti circa sono ammessi al lavoro esterno".

In quanti partecipano alle attività?
"È la stragrande maggioranza, basti pensare che più della metà dei detenuti ha la qualifica di studente, e che oltre a corsi di alfabetizzazione e scuola media ci sono due diverse esperienze di scuola superiore: Istituto per il turismo e Istituto tecnico commerciale.
Anche il numero di iscritti ai circoli è elevatissimo. C’è grande partecipazione.
È chiaro che non stiamo parlando di una situazione idilliaca, perché sempre di carcere si tratta. Però io credo che l’elemento più negativo della dimensione carceraria sia il senso di vuoto".

Avete problemi di sovraffollamento?
"In modo contenuto, diciamo un 20 per cento in più rispetto alla capienza teorica della struttura. Un sovraffollamento maggiore c’è nella sezione delle misure alternative, ma è un problema mitigato proprio dalla modalità di fruizione, dalla limitata permanenza dei soggetti all’interno della struttura.
In generale, comunque, Rebibbia Penale è un istituto a regime aperto, vale a dire che, tranne che nelle ore notturne, i detenuti hanno la facoltà di spostarsi all’interno della struttura".

Con quali orari?
"La circolazione all’interno dell’istituto, senza ulteriori limitazioni, è consentita dalle 8 di mattina, mentre la sera occorre rientrare al reparto alle 20 e in cella alle 22.30".

Sembra di capire che non sia la norma...
"Infatti, guardando al panorama nazionale, non lo è. Questa è sempre stata una struttura con caratteristiche avanzate: qui si sono condotte delle sperimentazioni, anche prima della riforma del 1975. È il primo Istituto in cui si è costituita una sezione per i giovani-adulti, detenuti maggiorenni ma con un’età inferiore a venticinque anni. Si è trattato di utilizzare degli approcci specifici nel tentativo di incidere sulle scelte di vita.
In passato, sia pure con una sua autonomia gestionale, presso questo penitenziario ha operato anche l’Istituto nazionale di osservazione, presso il quale veniva condotta l’osservazione scientifica della personalità dei detenuti, sia a livello psicologico che a livello medico".

Però si tratta di esperienze pregresse?
"Sì, adesso come esperienza particolare c’è quella dei minorati psichici, che di norma sono ristretti in ospedali psichiatrici giudiziari, laddove ce ne siano i presupposti, oppure detenuti in strutture a loro dedicate presso gli Istituti ordinari. Insomma di norma il minorato psichico vive una separazione rispetto al restante contesto penitenziario, invece qui c’è in atto una sperimentazione costituita dal vivere insieme. I detenuti minorati psichici sono inseriti nelle stesse attività degli altri detenuti, dai quali in qualche maniera ricevono anche forme di assistenza".

E il personale vero e proprio come è composto?
"L’elemento dominante dell’organico è costituito dalla Polizia Penitenziaria, che ammonta a circa 230 unità. Siamo di fronte a una realtà che denuncia una certa insufficienza, anche in considerazione dell’attività che si svolge all’interno della struttura, ma ci auguriamo che l’organico possa essere potenziato anche in funzione dei programmi assunzionali che sono in fase di attuazione da parte dell’Amministrazione Penitenziaria.
A proposito di organico vorrei anche sottolineare che mi posso avvalere della collaborazione di tre colleghi che svolgono in pratica mansioni di vicedirettore, anche se la terminologia non è precisamente questa. Poi abbiamo circa una cinquantina di operatori amministrativi, una definizione ampia che comprende anche il personale (una decina di persone in tutto) che si occupa direttamente delle attività trattamentali".

È sufficiente il numero di persone che si occupano delle attività trattamentali?
"Sì, devo dire che si tratta di un organico ben proporzionato e molto valido: c’è un rapporto eccellente con il numero complessivo dei detenuti. Inimmaginabile, in particolare, per alcuni istituti del Nord , in cui si registrano situazioni di notevolissima carenza.
Per quanto poi riguarda l’ambito medico, abbiamo un servizio di guardia infermieristica 24 ore al giorno e uno di guardia medica 23 ore su 24. Per quell’ora che manca ci viene fornita collaborazione da parte dei medici della terza casa circondariale. In più, naturalmente, ci avvaliamo della collaborazione di una squadra di psicologi".

Direttore, la scorsa estate e poi di nuovo a settembre il panorama carcerario nazionale ha vissuto momenti non facili. Che eco se ne è avuta qui da voi? Quanto ha pesato l’attesa che si è creata rispetto a un’ipotesi di libertà?
"È ovvio che, nel momento in cui alle persone che sono private della libertà si comincia a parlare della possibilità di recuperarla, si vadano ad alimentare delle speranze. Nel momento in cui a quelle parole non sono seguiti fatti, è altrettanto ovvio che si siano determinate situazioni di ansia e di scontento.
Tutto ciò in ogni caso qui all’interno della casa di reclusione – ma mi pare di poter dire a livello nazionale – non ha provocato nulla di violento. C’è stata un’adesione al movimento per sostenere l’ipotesi di questi provvedimenti di clemenza, che peraltro sappiamo essere stati sollecitati anche dal Papa in occasione della giornata giubilare del detenuto il 9 luglio dell’anno scorso".

Quale è il suo giudizio a riguardo?
"Certamente un provvedimento di clemenza, oltre a coinvolgere le attese della popolazione carceraria, è anche utile per chi deve gestire le situazioni, perché consentirebbe di potenziare tutte le attività volte a rendere la permanenza all’interno del carcere una permanenza attiva e viva. Direi non fine a se stessa ma finalizzata al reinserimento. È indubbio che esista una funzione retributiva della pena, ma il ruolo dell’istituzione penitenziaria non può certo limitarsi a questo. Chi nega questo non si rende conto che dovrà nuovamente confrontarsi con chi è detenuto. Insomma, utilizzare proficuamente il tempo compreso tra le parentesi che dicevamo, giova non solo al carcere, ma alla società".

Quali sono i programmi per il futuro?
"L’Istituto è stato realizzato negli anni ’40 e ovviamente ha subito diverse manutenzioni, ma dal punto di vista strutturale necessita di alcuni interventi. È un obiettivo che mi sono prefisso perché credo che anche la qualità del luogo sia importante ai fini del modo di viverci dentro".

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