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Parla Antonio Turco, educatore, coordinatore e responsabile delle attività musicali e teatrali di Rebibbia.

Il Ministro della Giustizia ha inteso affidare a Gian Carlo Caselli un diverso, prestigioso incarico, ritenendo che le straordinarie capacità e l'indiscusso prestigio dimostrato

 nelle sue precedenti esperienze gli consentissero di ricoprire, nella costituzione della struttura europea di "Pro-eurojust", quel ruolo di punta cui il nostro Paese legittimamente aspira. A Caselli tutti dobbiamo un ringraziamento, per aver impegnato, nell'attività svolta come Capo del Dipartimento, tutta la sua dedizione, la sua professionalità e la sua autorevolezza (spesa anche verso l'esterno, in momenti difficilissimi) che hanno accresciuto il prestigio, l'autonomia, le risorse stesse dell'Amministrazione. A lui dunque il nostro grazie, ed un carissimo augurio di buon lavoro. A noi tocca proseguire un delicato e complesso lavoro di riforma, avviato in questi anni (e ancor più accelerato dal Ministro della Giustizia in quest'ultimo periodo): delicato e complesso perché, portando a compimento alcuni pezzi della riforma del 1990 rimasti irrealizzati, e ristrutturando l'intera macchina organizzativa in linea con il processo di riordino della pubblica amministrazione avviato nell'ultimo decennio, si sono messe in cantiere operazioni di riorganizzazione in ogni settore della nostra struttura. Il complessivo impianto organizzativo ed ordinamentale; il settore del personale, amministrativo e di polizia, e della formazione; il trattamento dei detenuti; la programmazione degl'interventi nel settore dell'edilizia penitenziaria (istituti e caserme); i meccanismi di acquisizione e distribuzione di vestiario e automezzi: tutto attraversa una fase di profonda trasformazione. Credo si possa dire, senza timore di enfatizzazione della realtà, che ormai la nostra Amministrazione è un unico, grande cantiere. Ed era divenuto indispensabile allestire questo grande cantiere: proseguire nell'immobilismo di alcuni anni orsono avrebbe prodotto danni gravissimi, in tema di obsolescenza organizzativa, di demotivazione e sacrifici economici del personale; di fallimento della missione affidata istituzionalmente alla nostra Amministrazione. Una missione che di anno in anno si fa più difficile per il sovraffollamento dei nostri istituti che appare inarrestabile, per l'insufficienza delle nostre risorse, per la sempre più delicata composizione della popolazione detenuta, che richiede importanti differenziazioni di regime (ormai non di "carcere" si può parlare, ma sempre e solo di "carceri"). Eppure, se non riuscissimo a portare avanti la frontiera della qualità del servizio che riusciamo a rendere, assicurando prima di tutto rispetto delle regole e garanzia di dignità ai detenuti, tutto il nostro lavoro sarebbe miseramente fallito. Un unico, grande cantiere, dunque, con lavori in corso: e, però, si tratta di un cantiere pericoloso, sia perché utilizza strumentazioni plurime e diversificate (leggi, decreti delegati, regolamenti, contratti collettivi, ecc.) e quindi è sottoposto ad ogni genere di torsione nei tempi realizzativi dei singoli interventi, ancora troppo lunghi; sia perché, nel frattempo, aumentano alcune tensioni interne (si vedano anche i fatti di Sassari, le evasioni di Udine). A ciò si aggiunga un legittimo ed utile intensificarsi del sistema di controlli integrati, istituzionali e di società civile. Ed è evidente che un organismo ancora macchinoso e pesante, come la nostra Amministrazione, si difende meglio quando è immobile e raccolto su se stesso, assai meno se si distende in uno sforzo dinamico di trasformazione. Due le difese: da un lato coniugare un forte decentramento operativo sulle strutture destinate ad assolvere ai compiti "finali" dell'Amministrazione (istituti detentivi, O.P.G. case di lavoro e uffici territoriali per l'esecuzione penale esterna - a proposito: così li definisce il nuovo regolamento di riordino del Ministero della Giustizia) con un altrettanto forte governo del processo da parte del cosiddetto centro (in esso comprese, naturalmente, anche le nuove strutture dei provveditorati); dall'altro puntare sul massimo di condivisione degl'interventi di ristrutturazione, riorganizzazione e riforma. In particolare, ove tale condivisione sia carente, il rischio è quello di avere un processo riformista senza una riforma reale. Quando si parla di condivisione entra in gioco il ruolo delle organizzazioni sindacali e della qualità delle relazioni che con esse l'Amministrazione è in grado di mettere in campo. Condivisione non significa certo trasmissione unidirezionale di valori e contenuti accompagnati da richiesta di solidarietà, ma invece dialettica costruzione di quei valori e di quei contenuti che, con l'irrinunciabile e prioritaria definizione degli obiettivi istituzionali, costituzionali e di progresso delle condizioni di vita dei detenuti e di lavoro del personale, vanno realizzati con processi rapidi, efficienti, trasparenti, e in grado di mobilitare tutte le importanti risorse di cui oggi disponiamo. Abbiamo avviato, dunque, una trasformazione delicata e complessa, ma irrinunciabile ed urgente. In questi tre anni di lavoro abbiamo costruito strumenti di grande importanza, prima impensabili. Abbiamo tracciato un percorso praticabile e sicuro; ora si tratta di avanzare su questo percorso, speditamente. Occorre il contributo di tutti voi, che a questi obiettivi partecipate con il vostro lavoro ed il vostro sacrificio (in particolare, di tutti coloro che questo lavoro svolgono nelle sezioni penitenziarie); delle Due Città, e di quel mondo esterno che ci aiuta quotidianamente in mille forme; di voi tutti che, comunque, lavorate sulla frontiera di questa nostra "missione impossibile". A tutti noi, per questo, buon lavoro: è un augurio che - per una volta legittimamente autoreferenziali - da soli ci rivolgiamo, e di cui tutti abbiamo veramente bisogno.

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