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Parla Maria Teresa Panasiti, capo area trattamento.
E’ Chiaro che l’ambito trattamentale, se lo guardiamo nel suo complesso, è qualcosa che non riguarda soltanto l’elaborazione di eventi spettacolari, che pure ha un suo ruolo rilevante: parliamo piuttosto

di approccio complessivo alla persona-detenuto. Le iniziative stesse, infatti, non hanno il carattere dell’estemporaneità ma sono frutto di una programmazione. Il trattamento, insomma, non è soltanto ricreazione. Anche perché è fondamentale saper lavorare con chi in realtà non riesce a raccogliere nessuna iniziativa perché non ha le condizioni, fisiche oppure di disponibilità mentale, per mettersi in giuoco.
Qualcuno non partecipa, ma è importante che questa diversità venga accettata. Le lunghe condanne non consentono di emarginare.
Qui non è la compagnia dei saltimbanchi. Il carcere è anche problema, è anche difficoltà di alzare il telefono e parlare con le persone care. Prima di ogni altra cosa va costruito un rapporto. E nel costruirlo è necessario tenere presente che noi rappresentiamo comunque un’istituzione, quindi bisogna farsi accettare come tale e consentire all’altro una crescita personale. Si stabilisce un rapporto, si danno delle coordinate, si trasmettono valori, dopodiché l’esito all’esterno appartiene a una persona adulta, non siamo in un carcere minorile.
Credo che per questo lavoro siano fondamentali il confronto fra operatori e il rapporto con la Polizia Penitenziaria. In particolare, il ruolo trattamentale della Polizia, introdotto dalla riforma del ’90, qui esisteva in pratica già da qualche anno. Non ci si può sottrarre, è qualcosa di connaturato a come funziona questo carcere, e che da anche dei risultati: molti detenuti hanno individuato dei riferimenti nel personale, chiedono aiuto, questo è un deterrente rispetto a fenomeni negativi.

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