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Da un certo punto di vista i problemi di Rebibbia penale sono quelli che si avvertono in tutti gli istituti, per esempio quelli legati a un discorso di carenza del personale.


Al di la di questo però, io che lavoro qui da oltre un ventennio ho sempre percepito degli elementi che differenziavano questo istituto. Già negli anni ’70 subito dopo la riforma la situazione non era molto dissimile da quella di oggi. Gli elementi principali sono da tempo una visione trattamentale più ampia e un forte coinvolgimento del volontariato. Questo è decisamente un luogo decentrato rispetto all’idea di carcere vissuta in modo soltanto punitivo.
Qui anche la Polizia Penitenziaria si è lasciata coinvolgere sul discorso trattamentale, non ha vissuto marginalmente questo ruolo. Non è solo una presenza limitata alla sorveglianza ma supera quelle barriere. Questo è anche dovuto al fatto che il detenuto può muoversi all’interno di questa struttura e questo crea un rapporto più diretto con i suoi interlocutori.
Parallelamente vorrei sottolineare che qui si registra un notevole abbassamento del livello di atti violenti e autolesionistici, e questo probabilmente dipende in buona parte dal regime trattamentale. Anche da un punto di vista della Polizia Penitenziaria c’è un modo diverso di lavorare, segnato dal coinvolgimento, dalla necessità di fornire delle risposte. Al di la del sottodimensionamento, c’è più stimolo. Questo non significa che talvolta non ci siano da fronteggiare situazioni difficili, in generale però il personale non si sente escluso dal fatto di trattare con l’uomo e anzi si adopera per entrare all’interno di certi meccanismi che consentano un rapporto di recupero.

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