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Il valore e l'efficacia delle misure alternative giudicati da uno dei più grandi giuristi italiani.
Antonio Di Raimondo

incontro con Giovanni Conso
Al secondo piano del grande Palazzo della Consulta che, di fronte al Quirinale, è sede della Corte Costituzionale, c’è la biblioteca.

Migliaia di libri proteggono il silenzio e la fatica di quanti accedono ai tesori della cultura.
Nell’ultima sala, in fondo ad un lungo stanzone, incontriamo Giovanni Conso, già presidente della Corte Costituzionale e ministro della Giustizia (dal febbraio del 1993 al maggio del 1994). Torinese, da quasi vent’anni residente a Roma, il professor Conso è considerato uno dei più versati cultori della procedura penale e uno fra i più profondi conoscitori dell’ordinamento giuridico. Una conoscenza - ci tiene a dirlo - che cerca di sfuggire alla tentazione di fare soltanto dottrina, ma che si è misurata sulla realtà e sull’esperienza concreta. Come dimostra - in maniera molto efficace - l’intervista che l’illustre giurista ha concesso a "Le Due Città".

Presidente Conso, quale è il suo giudizio sulle misure alternative?
" Ritengo che le misure alternative alla detenzione e così l’affidamento ai servizi sociali siano senza alcun dubbio uno dei capitoli più interessanti della legislazione penale italiana. Non conosco a fondo l’esperienza di altri Paesi, ma credo che in Italia si sia fatto molto in questo campo, anche se alcune di tali misure non hanno avuto quell’attuazione che sarebbe stato auspicabile avessero".

Che cosa è mancato?
" Sul piano normativo si è fatto quello che si doveva fare. Sul piano pratico invece scarseggiano le strutture e le risorse necessarie. In questo momento la società italiana esprime una forte domanda di sicurezza; è una domanda emotiva ma fondata alla quale lo Stato dà una risposta insufficiente. Nel bilancio dello Stato il capitolo giustizia rappresenta una voce troppo esigua e il sottocapitolo penitenziario ancora più piccola. É già molto se si arriva all’1% del bilancio statale (nel ‘90 era poco oltre lo 0,5) e questo spiega il funzionamento zoppicante della giustizia, nonostante i miracoli dell’Amministrazione Penitenziaria. Altri Paesi come la Francia e la Germania destinano ben altri mezzi".

Questa è la ragione per cui i servizi sociali funzionano in modo precario?
" Certamente. Come facciamo a giudicare l’affidamento sociale se non è sostenuto finanziariamente? Non possiamo chiedere all’affidatario di svolgere un simile compito in tanta ristrettezza. Alla lunga chiunque si stanca e alza le braccia".

L’applicazione delle misure alternative rimette in discussione la certezza della pena?
" Qui dobbiamo evitare le ambiguità che il linguaggio giuridico a volte produce. Che cosa vuol dire certezza della pena? Se la intendiamo in senso rigoroso chiudiamo ogni discorso sulle misure alternative: questa è la sentenza, questa è la pena, chiudiamo tutto qui e non parliamone più! "Alternativo" vuol dire aprire la strada a qualcosa di diverso, come la detenzione domiciliare, l’affidamento, etc, un qualcosa che contribuisca a dare una speranza ed a frenare le tensioni".

Lei vuol dire - presidente Conso - che le misure alternative hanno contribuito a disinnescare i problemi della violenza e del sovraffollamento?
" Certamente hanno disinnescato questi problemi. È un dato sociologico e storico al tempo stesso: prima del ’75 le carceri erano di una ingovernabilità assoluta. E comunque vorrei sottolineare un punto: la misura alternativa sostituisce la pena detentiva con altre sanzioni, restando dunque pur sempre una pena, una sanzione - anche se di tipo diverso - che deve essere applicata in modi adeguati".

Molte volte le misure alternative sono rimesse in discussione da episodi e da violazioni che rischiano di provocare una frana...
" Questo è certamente il guaio delle misure alternative perché c’è il rischio che appaiano pericolose. Di fronte a qualcuno che sgarra, la tensione della gente è forte e subito traduce in fallimento la risposta attenuata della giustizia, un’applicazione - se vogliamo chiamarla così - di diritto "mite". Ma non basta che uno sgarri, non basta un episodio eccezionale per condannare tutto l’insieme. Le cose vanno viste nel loro complesso. Piuttosto, dobbiamo cercare di evitare che si sgarri, quindi ci vogliono più controlli. Oggi, se queste cose accadono, è anche perché il controllo non è sufficiente, in quanto non ci sono tutti i mezzi che occorrerebbero. Però, bisogna mettersi in testa che un istituto non va valutato perché c’è l’irresponsabile di turno. Il maniaco di turno, l’esasperato di turno, lo troveremo sempre. La vita quotidiana ci presenta sempre eventi dove c’è qualcosa di impensabile. Purtroppo, la vita umana, che si manifesta nei modi più disparati, può portare a questo".

Come si deve reagire di fronte a queste situazioni?
" Deve pagare chi ha sbagliato, non tutti: se l’arresto domiciliare in qualche caso non ha funzionato, non è giusto che sia negato agli altri. Troviamo il modo per cui chi sbaglia sia punito severamente. Chi tradisce il rapporto fiduciario, chi scappa dall’arresto domiciliare, compie un gesto gravissimo, che mette in crisi tutti gli altri, esaspera la gente e merita, quindi, una risposta severa".

Le misure alternative portano a superare in qualche modo la separazione tra le "due città", la città-carcere e la città-comunità?
" Certamente, in quanto favoriscono il superamento di quel muro divisorio che separa le due realtà. In questo senso sono assolutamente contrario a qualsiasi tipo di referendum che tenda ad abolirle. La logica del muro risale ai tempi in cui queste misure non c’erano. Le "due città" non devono essere città divise. E questo deve valere sia per i detenuti, sia per chi li controlla, sia per la restante società. Il muro delle "due città" ha addirittura portato a considerare il personale penitenziario come gente che vive fuori dalla città. E questo è sbagliato".

Torniamo al concetto della pena in una società moderna. L’applicazione di misure alternative ha portato ad una evoluzione del concetto della pena?
" Pena vuole dire sanzione di carattere penale, ma non è detto che pena e sanzione siano solo carcere. A lungo si è vissuto in questa ottica: la pena criminale, la sanzione di carattere penale, la sanzione applicata per violazione del codice penale, è il carcere. Quella era l’unica risposta. Ma dove è scritto che la pena deve essere soltanto il carcere? La pena può avere varie forme: le pene sostitutive sono forme di pena diverse dal carcere, così come le pene alternative, ma sempre pena sono".

Alla luce di quanto lei ha detto, si può valutare in modo positivo l’esperimento del nuovo carcere di Bollate?
" La vicenda di Bollate è iniziata quando ero ministro. Lo dico per ricordare che certe iniziative - e tra queste inserirei l’uso del braccialetto elettronico e l’avvento del giudice di pace - hanno storie lunghe. Ne sono lieto, perché credevo in queste novità che finalmente si stanno realizzando.
Posso aggiungere che l’esperimento di Bollate, dove si applicano forme di "detenzione attenuata", è particolarmente interessante perché evita di lasciare i detenuti allo sbando, offrendo occasioni di recupero e di reinserimento. La pecora nera, cioè il detenuto che tradisce la fiducia, può esserci in ogni gregge, anche nel più bianco. Ma questo non basta per far sacrificare tutto il gregge. Quindi, occorrono controlli e molta cautela nell’individuazione dei meritevoli".

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