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Il carcere femminile è un piccolo universo di grandi problemi. Come dimostra questo dibattito a più voci.

La donna in carcere. Un tema difficile e delicato, che pur non muovendo i grandi numeri perché la popolazione detenuta femminile rappresenta soltanto il 5% dell’universo carcerario, offre lo spunto

per numerose riflessioni.
Su questo argomento, troppe volte trascurato dagli studiosi del "pianeta carcere", "Le Due Città" ha promosso un dibattito a più voci e ha invitato a discuterne cinque operatori dell’Amministrazione. Ognuno dei partecipanti a questo "Forum" ha esperienza di carcere femminile e con responsabilità di diverso livello si misura ogni giorno con la condizione delle detenute. Così è nel caso di Gabriella Straffi, direttore dei tre istituti di Venezia che comprendono anche il carcere femminile della Giudecca, quello che per i veneziani porta il nome dell’ex-monastero delle Convertite. Accanto alla dottoressa Straffi che opera da 17 anni nell’Amministrazione, siedono l’ispettrice Annalisa Agnelli e l’educatore Sabrina Falcone, entrambe impegnate presso la casa circondariale femminile di Rebibbia. L’ispettrice Agnelli, toscana, con due figli, è a Rebibbia dal luglio del ’79; l’educatore Falcone, romana d’origine e anch’essa madre di due figli, è entrata a Rebibbia nel 1990 dopo aver vinto un concorso. Il più giovane dei presenti – meglio la più giovane – è l’agente Romina Almiento, in servizio dal ’97 presso il carcere di Taranto. Infine, un uomo, Carlo Brunetti, collaboratore di Istituto presso il carcere femminile di Pozzuoli. Il dottor Brunetti ha 30 anni e prima di entrare nella realtà del Mezzogiorno, ha vissuto una breve esperienza presso l’Istituto di Firenze Sollicciano.
Dopo le presentazioni ecco il dibattito e la prima domanda: alcuni sostengono che il carcere femminile è semplicemente una costola, una sorta di appendice del carcere maschile. Ritenete che questa opinione sia giusta e che il modello di gestione del carcere femminile non faccia che ripetere il modello del carcere maschile?
La direttrice Straffi non ha dubbi: "Senz’altro è una costola, se non altro per i numeri e per la diversità delle problematiche. I numeri enormi del settore maschile non possono che sovrastare la piccola realtà femminile. Venezia – continua la direttrice – è uno dei pochi casi, forse tre in tutta Italia, in cui la struttura è autonoma. è vero che io sono direttore di tre strutture, però anche da un punto di vista finanziario le tre strutture sono assolutamente distinte. Se non ci fosse l’autonomia finanziaria delle strutture, si rischierebbe anche a Venezia di fare delle scelte di opportunità dettate, molto spesso, dall’urgenza della situazione e non da una programmazione a lungo termine".
Ma – chiediamo – è solo il problema dell’autonomia finanziaria, quello che deve "distinguere" il carcere femminile?
La direttrice della Giudecca così risponde: "Certamente no. Sono stata a Verona e per qualche anno come vice-direttore a Rovigo, e ho vissuto molto da vicino il passaggio nel 1990 dalle vigilatrici alle agenti di Polizia Penitenziaria.
Che cosa succede in genere per esempio nelle carceri maschili che hanno una sezione femminile? Il comandante è unico. Le agenti che vivono nel femminile hanno minore autonomia, tendono molto di più a rapportarsi con il loro collega uomo e a comportarsi come lui. E non c’è niente di più sbagliato, perché trattare con le donne è un’altra cosa. Innanzitutto sono meno numerose e meno pericolose. La delinquenza femminile è di fatto, soprattutto al Nord, meno pericolosa da un punto di vista sociale. Questo non significa che la gestione sia più semplice: è molto più difficoltosa, ma meno pericolosa da un punto di vista sociale. A Venezia abbiamo sostanzialmente molte recluse dei Paesi dell’Est; i reati principali sono il furto, qualche rapina, il traffico delle sostanze stupefacenti e qualche reato legato alla prostituzione, in ogni caso quasi sempre reati commessi non soltanto dalla donna, ma con l’uomo vicino. Anche questo è un aspetto significativo. Chi si trova a gestire una realtà completamente femminile, si rende conto di quanto complessa sia questa realtà. E di quanto coinvolgente sia anche come tipo di realtà. Ogni problema al femminile non è mai un problema semplice. Anche i miei colloqui, i colloqui alle udienze che faccio con gli uomini, e quelli che faccio con le donne, hanno una portata completamente diversa. Il colloquio con l’uomo è una semplice udienza di richieste: "ho bisogno di questo. Lei che può fare?". Le richieste sono pressoché le stesse, riguardano l’attività lavorativa e riguardano i benefici in generale. L’approccio con la donna è un approccio diverso: "io vengo da una famiglia", e dietro c’è una storia che poi esprime anche il bisogno di lavoro, ma è una richiesta più complessa e più profonda".
L’analisi della direttrice Straffi, secondo la quale il carcere femminile viene gestito nella maggior parte dei casi come una costola numerica del carcere maschile, è del tutto condivisa dall’ispettrice Annalisa Agnelli di Rebibbia: "I problemi sono molto complessi e resi più difficili dalla convivenza forzata tra donne. A Rebibbia femminile abbiamo 300 detenute, di cui il 70-80 per cento sono straniere.
Quindi si capisce benissimo che, per esempio, le italiane si trovano in grandissima difficoltà, proprio a livello di situazioni dentro la cella. I problemi derivano proprio dal fatto che in una stanza di cinque detenute, ci può essere la detenuta italiana con tre nigeriane o con una slava. E già lì nascono problemi derivanti da differenza di cultura, di abitudini e anche di religione. E quindi ognuna di loro vive la sua realtà secondo quello che è, e far convivere queste realtà diventa molto problematico".
Spostiamoci al Sud, in un contesto diverso come quello di Pozzuoli, dove opera il collaboratore Carlo Brunetti. "A Pozzuoli – precisa Brunetti – non c’è un carcere femminile, ma una sezione. Abbiamo una media di 140 detenute, una quarantina di queste è straniera e le altre provengono per lo più dal contesto campano, se non proprio napoletano. Quindi sono persone che in qualche modo si trovano a casa. Tutto quello che è stato detto da chi ha parlato prima di me è correttissimo, nel senso che la realtà di un femminile è molto più complessa rispetto a quella di un maschile".
Brunetti così continua: "Le cose più ovvie in un carcere maschile diventano invece estremamente difficili in uno femminile. La nostra realtà di Pozzuoli è una realtà particolare che ha personale di Polizia Penitenziaria "anziano ed esperto", che si relaziona alle donne detenute in modo molto particolare, quasi materno. Faccio un esempio: il Consiglio di disciplina può diventare addirittura un momento di confronto tra l’agente che richiama la detenuta ad una maggiore correttezza, e la detenuta stessa che in qualche modo si intrattiene a conversare con l’agente in presenza di un Consiglio di disciplina che ascolta poi tutte queste esigenze e non può non prenderne atto. Le nostre detenute – continua il collaboratore Brunetti – provengono da contesti sociali particolarmente depressi, il livello culturale è piuttosto basso, l’età media va sui trentacinque anni, anche se abbiamo persone più anziane. Per la tipologia dei reati abbiamo per lo più reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti, anche perché le nostre donne detenute provengono da famiglie che sono impegnate nell’attività criminale sotto più punti di vista. Quindi le donne normalmente si occupano di quella che loro stesse definiscono quasi un’attività commerciale, o comunque questa attività non assume per loro quella rilevanza che ha invece dal punto di vista giuridico. Un’altra caratteristica è che all’interno della struttura passano intere famiglie: figlie, madri, nonne, e in alcuni casi anche il personale ha in qualche modo contribuito alla crescita di queste famiglie".
All’agente Romina Almiento che opera a Taranto chiediamo se si ritrova in questa "fotografia" della condizione femminile in un carcere del Sud.
" Sì, sicuramente – risponde l’Almiento – anche se la mia struttura è molto più piccola rispetto a queste realtà di cui stiamo parlando adesso. In alcune famiglie la detenzione è diventata quasi una tradizione, una situazione necessaria, che fa parte della vita. La reclusione viene messa in conto, almeno per quanto riguarda alcuni reati legati all’associazione di stampo mafioso, al racket.
Rientra nella loro cultura, quindi è difficile cambiare questo modo di vedere le cose. Per quanto ci possa essere da parte nostra uno sforzo a far capire che è contro la legge, per molte di loro è una cosa normale perché fuori comunque c’è un’organizzazione che tutela anche i loro interessi. Quindi al di là delle attività trattamentali, al di là di tutto quello che si vuol fare per reinserire queste persone, il percorso è ancora molto, molto lungo".
Il carcere femminile come costola di quello maschile, il carcere femminile come realtà complessa che dal Nord al Sud d’Italia si presenta con problemi diversi. Ma – chiediamo ai nostri ospiti – potete precisare meglio il "cuore" di questi problemi? Risponde per prima l’educatore Sabrina Falcone in servizio a Rebibbia.
" Metterei al centro il ruolo di madre. Nel senso che, vuoi o non vuoi, tutte le donne detenute, nella maggior parte sono madri. Madri di figli che portano con sé in istituto, o madri di figli che lasciano fuori. Questo secondo me è il cuore dei problemi. Poi accanto a questo, indicherei il modo differente di vivere la detenzione, forse il modo differente di vivere qualsiasi tipo di esperienza da parte di una donna. Per cui una situazione stressante come è quella della detenzione viene vissuta, da un lato, in maniera molto interiorizzata, e dall’altro, molto espressa. Il ruolo di madre, ad esempio, viene vissuto in modo veramente sofferto e questo dramma si riversa e si esprime verso gli operatori di Polizia penitenziaria in tutta la sua drammaticità e aggressività. Credo – continua l’educatore Falcone – che la differenza sostanziale nella maniera di vivere la detenzione fra un istituto maschile e uno femminile è il livello di aggressività maggiore. Non a caso qualcuno mi dice: "tu stai in un istituto femminile da undici anni, come fai a starci?" è uso comune dire: "meglio mille uomini che cento donne in ambiente penitenziario". Quest’aggressività c’è, e scaturisce da una maniera sicuramente differente di vivere le sfaccettature dei propri ruoli, dell’essere moglie, madre, che ha la donna in sé. La donna vive interiorizzando questa condizione quindi vive maggiormente la frustrazione".
" Condivido pienamente – dice Gabriella Straffi, direttrice di Giudecca – perché credo che la detenzione sia sofferta e vissuta in maniera più tragica rispetto agli uomini. Le donne nello stato detentivo cercano di non dimenticare di essere donne, nel senso pieno della parola. L’affettività al femminile è vissuta in modo intenso. Molto spesso si parla dell’affettività anche dal punto di vista sessuale tra le donne, una situazione molto più praticata nelle carceri femminili di quanto non avvenga per esempio nel carcere maschile dove a volte si verificano casi provocati da una situazione di violenza. Nel femminile l’affettività è di persone normalissime, mogli e madri, che ad un certo punto non riescono a rinunciare a nulla. E ci sono dei veri e propri innamoramenti. Una donna francese, per esempio, tanti anni fa mi ha scritto una lettera, in francese, perché era reduce da un Consiglio di disciplina che le avevano fatto per un atteggiamento non corretto mostrato insieme ad una sua compagna, anche all’interno della cella. Mi ha scritto una lettera, premettendo appunto che soltanto nella sua lingua poteva cercare di spiegarmi i sentimenti che aveva. è una delle lettere più belle che io abbia ricevuto. Con bellissime parole questa persona cercava di farmi capire il sentimento profondo che provava per un’altra persona, indipendentemente dal sesso. Ecco, questi coinvolgimenti sono abbastanza tipici nelle carceri femminili e molto profondi. Sotto questo aspetto devono essere assolutamente rispettati". La direttrice Straffi così continua il suo intervento: "Anch’io sono donna, sono madre, sono sposata, e anche questo è un modo che ci avvicina. Ad un certo punto, in certi casi, anche io non sono più direttore, ma sono madre che parla con un’altra madre in ruoli naturalmente diversi. Ecco, questo comune sentire avvicina senz’altro e fa superare qualsiasi tipo di diversità. Per esempio certi reati che in genere al maschile vengono assolutamente isolati, al femminile meno. Parlo di certe violenze o di certi reati particolari; al femminile non c’è mai la separazione netta come invece deve avvenire assolutamente al maschile. Con le donne si può avere un dialogo diverso". è inevitabile a questo punto parlare dei bambini e di ciò che la legislazione ha previsto, prima con le norme del disegno di legge Finocchiaro, adesso con i criteri contenuti nel recente "pacchetto-sicurezza". è ancora la direttrice della Giudecca a intervenire: "Le precedenti riforme che prevedevano la detenzione domiciliare della mamme con i bambini, hanno fatto sì che, per quanto riguarda le donne italiane, se hanno una situazione familiare abbastanza tranquilla, ci fosse l’applicazione delle misure alternative. In carcere, i bambini italiani ad esempio non ci sono più capitati. Rimane il problema delle nomadi. E sotto questo aspetto il problema è molto più complesso. Che cosa significa innanzitutto la nomade madre. è, tra virgolette, una madre "diversa", perché non è una madre che si occupa del proprio figlio a tempo pieno. I bambini, per le nomadi, vengono generalmente affidati alle nonne. è una crescita di generazione con divisione di compiti ben precisi. Le nonne si occupano dei bambini, le bambine vengono avviate, addestrate per rubare, e, sembrerebbe, da quello che abbiamo raccolto nell’esperienza di anni, che più sono brave in questo tipo di attività e maggiore è il loro valore. Vengono promesse in moglie ad età particolarmente molto giovane, anche a 9, 10, 11 anni, a 12-13 anni sono già sposate. Quando si sposano devono incominciare a lavorare per risarcire la famiglia di quello che hanno pagato quando sono state date in moglie. E lì ricomincia la catena. Fanno i figli che vanno alle nonne, loro vanno a rubare; quando vengono in carcere, i bambini vengono affidati ad una madre assolutamente inesperta. Che non sa gestire il rapporto e vive l’ansia di essere in quel momento una madre.
Ultimamente mi capitano, sempre con maggiore frequenza – continua Gabriella Straffi - donne all’ottavo, al nono mese di gravidanza. Qualche anno fa non era così frequente. Perché? Perché non danno quasi più gli arresti domiciliari. Generalmente una donna che era incinta, che aveva un bambino piccolo, poteva avere gli arresti domiciliari. Oggi è difficile. Come può essere risolto il problema dei bambini in carcere? Forse con un’apertura sempre più ampia delle porte del carcere per i bambini. I bambini anche se finiscono in carcere dovrebbero starci pochissimo tempo. Quindi occorre un grosso lavoro del personale specializzato per intervenire su questo rapporto che è un rapporto nuovo e difficile".
Sentiamo come si presenta la situazione a Rebibbia. Parla l’ispettrice Agnelli: "Questa situazione si ripropone esattamente anche da noi. Abbiamo l’asilo-nido dove attualmente ci sono 17 detenute, con 18 bimbi. Da quello che mi ricordo ci sono due detenute-madri italiane, quindi le rimanenti 15 sono tutte nomadi e un paio di detenute di colore. Quindi praticamente noi riviviamo le stesse cose che si vivono alla Giudecca. Le nomadi arrivano quasi tutte in gravidanza e con un bambino. Questo povero bambino non ha nessun insegnamento. Quindi praticamente il personale, e non parlo solo di Polizia Penitenziaria perché abbiamo anche le puericultrici, si ritrova a dover gestire i bambini sin dall’inizio, e insegnare alle mamme come tenere e come curare questi bambini. E ovviamente è un grosso lavoro, un lavoro difficile, perché come diceva la direttrice Straffi, le nomadi non hanno minimamente la conoscenza di quello che vuol dire l’essere mamme, parlo dell’igiene in sé per sé, dalla pulizia del bambino alle abitudini alimentari. Cose inesistenti. Per fortuna abbiamo questi asili-nido strutturati in modo abbastanza decente. Poi abbiamo un’organizzazione di supporto, da parte del volontariato, come l’associazione Roma insieme, che cura questi bambini, facendo molte cose.
Sicuramente – continua l’ispettrice di Rebibbia – questo è un tema decisamente importante, come un tema decisamente importante è l’affettività che viene vissuta in modo particolarissimo dalle donne detenute e purtroppo può creare delle situazioni di estremo disordine all’interno della sezione stessa".
E a Pozzuoli che cosa succede? Lo chiediamo al dottor Brunetti.
" Il problema dei figli non esiste, perché non c’è a Pozzuoli la possibilità di ospitare detenute che abbiano con sé i figli. Il problema dell’affettività, invece, esiste. In molti casi si è costretti ad intervenire per cercare in qualche modo di porre dei limiti a quelle che possono essere delle simpatie. Un problema sicuramente rilevante – continua ancora Brunetti – è l’abbandono di queste persone. Quasi tutte sono madri, però molte non sono sposate o non hanno neanche conviventi. Quindi, rispetto alle prospettive esterne, la situazione per molte detenute è particolarmente triste. Questo secondo me ha comunque delle ricadute anche all’interno della struttura, con fenomeni di depressione, ansietà, instabilità emotiva. L’assenza dei figli è ciò che naturalmente segna maggiormente il trascorrere del tempo, quindi fa sì che la detenuta possa risentirne anche a livello comportamentale nella struttura. In base alla mia esperienza mi sento di affermare che le detenute sono più aggressive, ma di un’aggressività comunque limitata. Non mi sono mai trovato di fronte ad episodi di aggressività rilevanti".
Ma quanto conta l’esperienza e la differenza generazionale degli operatori di Polizia Penitenziaria, nell’affrontare e trattare questi delicati problemi?
Risponde la più giovane dei partecipanti al dibattito, l’agente di Taranto, Romina Almiento: "Dove lavoro io la maggior parte degli agenti è abbastanza giovane, e abbiamo più o meno una stessa linea di lavoro. Dal mio punto di vista, credo che oggi con una donna detenuta ci si può rapportare in un modo diverso rispetto al passato. Anche perché comunque noi dobbiamo pur far vedere una distinzione. Noi dobbiamo fare gli agenti di Polizia Penitenziaria. Ci tengo a sottolineare questa cosa: nel momento in cui c’è bisogno della carota, c’è bisogno della carota; quando c’è bisogno di essere più ferree e più dure bisogna anche essere ferree perché altrimenti la donna detenuta può passare il tempo a studiare le debolezze degli agenti. Quindi bisogna anche essere distaccati. Se si verifica una situazione di emergenza con una detenuta che sta vivendo situazioni emotive molto forti, le vivo, però le vivo mantenendo comunque il mio ruolo, e non posso assumere un ruolo diverso. Ritengo che ci sia e che debba rimanere questa distinzione, perché altrimenti si genera confusione. La detenuta deve sapere che tu sei una agente di Polizia Penitenziaria. L’ordine e la sicurezza sono i nostri compiti basilari".
Su questo punto interviene l’educatore Falcone: "Condivido perfettamente. E d’altronde questa differenziazione di ruoli è la prima cosa che viene chiesta anche dalle detenute stesse, che hanno bisogno di chiarezza e quindi di sapere che l’agente di Polizia Penitenziaria ha il suo ruolo, che l’educatore ha il suo ruolo. Ho vissuto la differenza tra le "vecchie", chiamiamole così tra virgolette, "vigilatrici" che sono diventate poi agenti, e la nuova generazione di agenti: devo dire che la differenza si nota. Non si nota soltanto per gli operatori che si rapportano con loro, ma si nota anche all’interno della sezione stessa. Proprio per la chiarezza e definizione di ruolo nel lavoro della sezione".
La professionalizzazione del detenuto. Lei teme – chiediamo alla dottoressa Falcone – che la condizione del detenuto diventi una sorta di professione permanente?
" Questo è vero in certi casi, per le tossicodipendenti o per le persone che non hanno un nucleo familiare all’esterno, ma anche per chi va agli arresti domiciliari e ritorna in carcere perché dice: io non sono in grado di sostenermi. Ma da qui a dire che di fronte a questo pericolo dobbiamo riflettere sulla elasticità degli elementi trattamentali, diventa un discorso pericoloso. I problemi non possono essere risolti dal carcere! Non tutti, almeno, perché il carcere è una fetta, è un momento".
Il dibattito si allarga a cerchi concentrici. La donna-detenuta, la detenuta-nomade, la detenuta-madre, la detenuta che lavora nel carcere cercando di riscattarsi, ma anche – come dice l’agente Almiento – la detenuta che dentro il carcere si sente protetta e che una volta in libertà si sente smarrita e commette reati per rientrare in carcere e per ritrovare un suo equilibrio. Siamo vicini al paradosso e la direttrice Straffi non ci sta: "Come amministrazione stiamo crescendo nella nostra professionalità a livello trattamentale, tanto che abbiamo coinvolto tutto il nostro personale di Polizia Penitenziaria con una riforma che, sottolineo, è stata importantissima, anche per questo aspetto: da agenti di custodia i nostri agenti sono diventati agenti di Polizia Penitenziaria perché tra le loro funzioni ci sono anche quelle che sono prettamente trattamentali e non solo custodialistiche. Quindi hanno completamente rivisto la professionalità dell’agente, tanto è vero che oggi entra nell’istituto un agente che è una figura completamente diversa da quella che eravamo abituati a vedere. Quando invece la detenuta esce - continua la Straffi - non ha più nessuno con cui parlare. Se ha un problema in carcere fa la domanda, chiede subito dell’educatore e dello psicologo che certamente forse non glielo risolve, ma perlomeno la ascolta. Fuori i riferimenti scompaiono. L’errore è nel non aver capito questo tipo di passaggio. Sono i servizi esterni che devono essere ampliati. Per cui il nostro sistema deve investire molto sul dopo carcere e all’esterno. Il carcere da solo ormai sempre più può fare ben poco, ha sempre meno risorse sotto questo aspetto, quindi ha bisogno di risorse nuove".
Chiediamo: se voi – che operate nelle carceri con popolazione anche femminile – doveste indicare all’Amministrazione qualcosa che possa migliorare il vostro lavoro, che cosa porreste al centro del vostro interesse?Agnelli: "Io porrei innazitutto una richiesta specifica: cercare di risolvere il problema del sovraffollamento. Perché è molto sentito e inaudito, e non si può proprio gestire la situazione come è adesso".Falcone: "Io chiederei intanto la chiusura di tutte le sezioni piccole, accorpate al maschile, e l’apertura se non per ogni regione, per ogni provveditorato, di un carcere femminile, unicamente femminile. E poi chiederei soprattutto la possibilità che si pensi o si incentivino le convenzioni con il territorio. Per cui una persona abbia una minima possibilità di trovare un ambiente che recepisca le sue esigenze una volta uscita dal carcere".
Straffi: "Non posso che condividere il discorso dell’insufficienza delle strutture, legata alla situazione di sovraffollamento di carattere generale, e la carenza degli organici, a tutti i livelli, dalla Polizia Penitenziaria ai livelli amministrativi soprattutto del ruolo degli educatori, un altro settore particolarmente carente. Però se dovessi pensare a qualcosa di veramente femminile, basterebbe un’attenzione in più. Cioè che questa costola che rimane una costola avesse una sua visibilità, non soltanto in termini di detenuti, ma anche di personale femminile. Perché ritengo che l’agente di Polizia Penitenziaria femminile, tra l’altro particolarmente preparato, con quella sensibilità in più che è assolutamente ormai indispensabile per affrontare questo tipo di lavoro, abbia molto da dare. In termini di professionalità e di esperienza. E l’idea di accorpare insieme potrebbe forse aiutare a questo scopo. Proprio perché ci sarebbero sempre meno piccoli numeri, ci sarebbero realtà sempre più importanti e forse sarebbe anche più interessante il nostro lavoro".
Brunetti: "Concordo che è necessario da un lato ampliare gli organici, dare delle risposte sempre più valide ed efficaci e condivido l’idea dell’accorpamento. La mia esperienza insegna che le sezioni hanno delle problematiche non risolte. le strutture femminili porterebbero a una maggiore specializzazione e a risposte migliori".
Almiento: "Concordo anch’io con le stesse cose che hanno detto gli altri. Sicuramente c’è bisogno di ampliare un po’ l’organico di Polizia Penitenziaria. E poi vorrei spezzare una lancia per quanto riguarda il corpo di Polizia Penitenziaria al femminile. Il nostro corpo viene visto ancora su toni un po’ maschilistici, siamo un po’ ghettizzate. Gli uomini ci vedono come delle donne con dei limiti. Spero che prima o poi si rendano conto che non è così. Anche perché effettivamente noi donne abbiamo un’elasticità, una sensibilità diversa. Quindi spero che questa realtà si superi e ci consenta di avvicinarci in un futuro molto prossimo".

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