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Volontariato e cooperative sociali hanno reso possibile un rapporto sempre più costruttivo tra carcere e società.
Giuseppe De Rita presidente del Censis

Nell’anno giubilare si è parlato molto di carcere soprattutto in relazione ad ipotesi di indulto/amnistia e, più in generale, a soluzioni salvifiche. Ma al di là delle cifre delle emergenze e dei periodici

eclatanti eventi (proteste, autolesionismo, tensioni ecc…) che da queste hanno origine, il carcere è una realtà in cui ormai vivono stabilmente oltre cinquantamila detenuti, ed un numero ancora più alto di persone vi esercita, a vario titolo, la propria attività lavorativa e professionale.
È un universo di biografie, sensibilità, competenze ed interessi estremamente articolato, a volte in netta e naturale contrapposizione tra loro e che, pure, nel contesto quotidiano dell’istituzione non possono che trovare forme di compatibilità e convivenza.
È proprio in questa relazionalità "obbligata" di soggetti che partono, generalmente, da posizioni di totale o parziale alterità, che è inscritta la strutturale sostanza del carcere, fatta di microequilibri quotidiani estremamente fragile e perennemente rinnovantesi.
Negli ultimi anni, al di sotto delle gravi e ineludibili emergenze, il carcere, inteso come comunità di soggetti diversi (dal personale civile a quello di Polizia, pure smilitarizzato, dai detenuti ai volontari), ha subito mutamenti profondi nei processi organizzativi e funzionali, nella cultura e nel modello relazionale prevalente.
Il progressivo ampliamento della sfera tra carcere e società civile è stato uno dei principali fattori di cambiamento e di stimolo di una istituzione in cui l’interruzione di ogni rapporto con l’esterno è stata a lungo parte integrante e qualificante della mission, pienamente in sintonia con la rigida logica gerarchica interna.
Per lungo tempo l’ingresso in carcere di soggetti diversi da quelli autorizzati è stato di esclusivo appannaggio di singole individualità, soprattutto religiose, che sfruttando gli interstizi del regolamento in materia di conforto spirituale esercitavano un ruolo di centro di ascolto, di sostegno materiale e di "veicolo" di richieste e lamentele di singoli detenuti.
È la fase pionieristica del volontariato che non incide concretamente sulla realtà del carcere, e si limita a giustapporsi ad un modello relazionale fondato sulla disciplina, l’opacità e l’isolamento.
È solo con la Riforma dell’Ordinamento Penitenziario della metà degli anni Settanta che, anche sotto la spinta dei più generali mutamenti della società e di quelli interni al carcere (dalle richieste di sindacalizzazione degli agenti alla domanda di diritti dei detenuti), si pone in modo operativo un obiettivo diverso e complementare rispetto a quello puramente sanzionatorio: la risocializzazione dei detenuti.
Ne derivano sia un’articolazione delle figure interne oltre la diade agenti-detenuti (con la valorizzazione del personale civile e il riconoscimento di un diverso ruolo dei volontari), sia una forte spinta alla relazionalità con l’esterno.
In particolare, due sono le principali direttrici lungo le quali si muove l’ampliamento delle relazioni carcere-società civile:
- la crescente presenza, all’interno del carcere, delle organizzazioni di volontariato religioso e laico;
- le costituzioni di reti e iniziative legate all’applicazione delle misure alternative alle pene, con particolare riferimento alle attività formative, a quelle ricreative ed alla creazione di cooperative sociali.
Per quanto riguarda il volontariato, il carcere non poteva che caratterizzarsi come uno dei luoghi elettivi per le sue attività, sia per le caratteristiche sociodemografiche dei detenuti (in prevalenza giovani, a bassissima scolarità, espressione delle diverse forme di marginalità sociale) che per l’inadeguatezza delle strutture e delle risorse istituzionali. In sostanza, il volontariato integra le attività del personale interno e, al contempo, affronta in maniera più efficace l’estrema frammentazione dei percorsi e delle situazioni individuali. Il numero di detenuti assistiti dai volontari, per il 1999, può essere stimato in circa 15 mila persone, con una forte differenziazione territoriale e un’attività molto più intensa al centro-nord rispetto al sud.
La seconda direttrice delle relazioni carcere-società civile è relativa ai rapporti con i soggetti che operano sul territorio come gli enti locali, le associazioni sindacali, quelle degli artigiani, le imprese e le cooperative. È un fenomeno meno visibile rispetto alla presenza del volontariato, ma di estrema rilevanza poiché immette la comunità carceraria nelle dinamiche sociali e produttive del territorio, creando così una formidabile opportunità di risocializzazione.
Al momento attuale, però, si rileva un’estrema differenziazione tra i vari contesti regionali e tra grandi e piccoli centri; infatti, in alcune aree l’interazione tra carcere e territorio ha prodotto importanti esperienze di risocializzazione tramite il lavoro e le attività ricreative (in particolare, nelle aree metropolitane di Roma, Milano e Torino); mentre in altre, dove la società civile è più debole, si constata un vero e proprio deserto di iniziative.
In generale, l’apertura del carcere verso l’esterno sembra aver avuto un impatto positivo sull’universo carcerario su diversi piani e, in particolare:
- migliora il clima interno e la qualità globale dei rapporti;
- aumenta la capacità dell’istituzione carceraria di adempiere l’aspetto risocializzante della propria mission, sia perché i volontari affiancano gli operatori nella conoscenza dei detenuti, sia perché crescono le opportunità formative e lavorative;
- contribuisce a modificare la percezione sociale del carcere inteso non più come luogo oscuro ove confinare la devianza sociale, ma piuttosto come occasione di interruzione di carriere criminali e conseguente potenziale avvio di percorsi e relazioni diverse.
In quest’ottica il carcere aperto al territorio può essere funzionale all’interruzione dei processi di riproduzione della micro e della grande criminalità. Inoltre, alla luce della crescente conclamata fase di paure collettive e di domanda di sicurezza, un più ampio coinvolgimento dei rappresentanti della società civile costituisce un fondamentale fattore di rassicurazione del corpo sociale.
Non è poi da sottovalutare che una relazionalità più densa e qualitativamente più elevata all’interno degli istituti carcerari costituisce anche un veicolo di promozione e valorizzazione delle professionalità che vi operano che, al contrario, laddove prevale una logica custodialista, sono mortificate dalla necessaria predominanza della verticalizzazione e della burocratizzazione nei processi decisionali e operativi. Su questo argomento credo ci sia da lavorare a fondo nel prossimo futuro: non si può infatti operare per una sempre più ricca relazionalità interna ed esterna al carcere (solo la relazione crea socializzazione ed integrazione sociale) e poi cedere quasi inconsapevolmente, nel quotidiano del carcere, a meccanismi gestionali che di relazionalità ne hanno poca, condizionati come sono dai poteri corporativi interni al sistema. Ma non era questo il tema di questo mio breve contributo; se ne potrà parlare un’altra volta, con più distese riflessioni.

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