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Un dibattito a più voci approfondisce i temi della violenza, del servizio nelle carceri e del rapporto con la società.

Dalle vicende di Sassari ai grandi problemi che toccano il cuore del sistema sicurezza all’interno delle carceri. È questo il senso del confronto che "Le Due Città" ha voluto promuovere tra alcuni operatori della Polizia Penitenziaria.

 Al dibattito, che si è svolto a Roma alla fine di novembre, hanno partecipato: Antonio Gelardi, 43 anni, siciliano d’origine e da 11 anni direttore del carcere di Brucoli (Augusta); Luca Di Resta, torinese ("di padre campano e madre friulana"), ispettore da circa 12 anni presso la Casa di reclusione di Opera (Milano); Luigi Pensa, assistente dal 1993 nel carcere di Padova .
Il confronto delle loro opinioni ha consentito di andare oltre l’interpretazione dei fatti di Sassari e di affrontare temi delicati come l’uso della forza, la legittimità del proprio ruolo, il rapporto tra il carcere e la società civile - due "città" che devono convivere - e le soluzioni che si possono immaginare per rendere migliore il clima negli Istituti di pena.
Ma, come già si è detto, lo spunto iniziale del dibattito è stato "Sassari". A questo proposito il giudizio dell’ispettore Di Resta è molto preciso: "Il mio timore è che dietro un’operazione gestita in maniera impropria e insolita, ci sia una manovra politica di cui non so esprimere - o forse non ho l’ardire di esprimere - il contenuto e le finalità". "Il problema - spiega il direttore Gelardi - è di sapere che cosa è avvenuto realmente". E continua: "Ritengo che Sassari, su cui c’è un’inchiesta ancora aperta, abbia rappresentato un episodio che si collega a un disagio diffuso. Ma in questo caso il disagio si è espresso in una forma a dir poco insolita. Il problema è di attenuare e governare il rapporto tra chi è detenuto e chi sovrintende alla detenzione". Per l’assistente Luigi Pensa, che prima di arrivare a Padova ha vissuto i problemi del carcere a Venezia-Giudecca, le vicende di Sassari hanno avuto un effetto intimidatorio sul personale. "Quello è stato un episodio singolo - spiega Pensa - ma da allora ho potuto toccare con mano un certo malessere, alcuni colleghi si chiedono: fino a che punto siamo tutelati da chi comanda o dirige l’Istituto? Esiste, insomma, una sorta di timore a mettersi in prima linea, a usare la forza (quando consentita e necessaria), dal momento che un gesto anche legittimo potrebbe essere visto male dal personale civile che gira nelle carceri, e finire all’attenzione di qualche magistrato". L’intervento dell’assistente Pensa chiama in causa il tema delicato della forza, del limite entro il quale è possibile esercitare funzioni di contrasto che impediscano la violenza. È ancora Pensa a spiegare: "nei nostri Istituti la forza viene usata raramente e solo in situazioni gravissime. La legge Gozzini, una buona legge, ha ridotto a pochissimi casi l’uso della forza, però negli ultimi anni si sono introdotte modifiche che hanno indebolito il rapporto disciplinare a carico dei detenuti". "Occorre limitare l’uso della forza al minimo - dice il direttore del carcere di Brucoli - perché questo porta con sé molti rischi. Ci deve essere sempre una proporzione, un equilibrio tra l’obiettivo da raggiungere e il mezzo che si usa". Per il direttore Gelardi l’esperienza insegna che spesso il personale ricorrendo alla professionalità evita la violenza: "trenta persone su un singolo individuo fanno degli sfracelli. Ci sono soluzioni, anche tecniche, che escludono o minimizzano la violenza".
Buon senso e professionalità. Su questo punto concorda pienamente l’ispettore Di Resta, che dal suo osservatorio di Opera, dove si trovano 1200 detenuti e circa 650 agenti, ha sempre apprezzato l’utilità di calibrare gli interventi usando gli strumenti della legge che a questo proposito è chiara e adeguata. Ma aggiunge con fermezza: "Ciò che non è accettabile sono le mistificazioni a posteriori. Lavoro nell’amministrazione da 25 anni e posso dire che da almeno 10 anni il clima è diverso".
Viene spontanea una domanda: quale strada si deve imboccare per ridare piena autorevolezza e prestigio al personale di polizia? "La strada della serietà è la più gratificante - risponde ancora l’ispettore Di Resta -. Al Corpo mancano, in generale, riconoscimenti e gratificazioni: quelli economici in primo luogo. Ma il nostro lavoro, che di per sé è qualificante, non deve essere svilito sugli altri versanti. Il suo valore deve essere riconosciuto da tutti".
"Io credo - interviene il direttore Gelardi - che sia urgentissimo affiancare alla Polizia Penitenziaria altri soggetti. Non è possibile che un detenuto scarichi sulla persona che porta la divisa tutte le sue problematiche, perché questa persona non ha gli strumenti e le risposte a tutto! Occorrono - aggiunge Gelardi - nuovi profili professionali; la legge li ha previsti, ma non sono ancora coperti: dove ci sono 500 detenuti, ci sono a volte tre educatori e un paio di psicologi. È troppo poco. Se io avessi avuto, in alcuni momenti, dieci agenti in meno e dieci educatori in più avrei avuto meno tensioni e quindi avrei garantito maggiore sicurezza".
Riconoscimenti economici e di carriera, apporti professionali diversi: sono queste le basi per rimotivare pienamente il Corpo di Polizia Penitenziaria?
Risponde l’assistente nel carcere di Padova, Luigi Pensa: "Quando un agente di Polizia deve lottare con l’affitto, le spese di famiglia e di trasporto, e legge certi titoloni assurdi e falsi dei giornali dove c’è scritto che i detenuti in un nuovo carcere di Milano guadagnano due milioni al mese, si sente delegittimato. Questo disagio a Padova io lo sento, sono d’accordo con il direttore Gelardi quando dice che il problema non è solo di quattrini, bensì di profili professionali diversi. A questo proposito credo che sarebbe molto utile se un agente, prima di andare in sezione, svolgesse mansioni diverse e non esaurisse la sua vita ad aprire e a chiudere cancelli. Con più esperienze alle spalle si capiscono meglio i problemi degli altri e si può dare un senso più completo al proprio lavoro. La frustrazione più grande nasce quando c’è la volontà di fare e non si può fare, quando si fa con fatica e sacrificio e poi non si è gratificati materialmente e moralmente".
Tre voci, tre opinioni che nascono dall’esperienza diretta, che si incontrano e si separano, ma che convergono su un punto preciso: la considerazione che la società civile, l’altra "città", rivolge al lavoro del Corpo di Polizia che si misura ogni giorno con le difficoltà, la violenza esplicita e quella "sotto pelle", la paura e a volte la solitudine.
Il direttore Gelardi esprime un concetto molto duro: "sono convinto che le mura del carcere rinchiudano anche il nostro lavoro".
Che cosa significa questa affermazione? Che all’esterno, nelle istituzioni, nella società, c’è scarsa considerazione per chi opera negli Istituti? L’ispettore Di Resta non ha dubbi: "All’esterno non sanno niente, non gliene frega niente! Io non mi sento cittadino di serie A né di serie B, ma solo uno che cerca di fare al meglio il proprio lavoro. Chi sta fuori si ricorda di noi solo quando c’è bisogno di sicurezza; non sa quante situazioni anche fisiche salviamo e quando scoppiano episodi come quello di Sassari gran parte della società è pronta a darci addosso in modo strumentale. L’unica solidarietà che troviamo è nel fatto di essere gruppo. Forse negli ultimi tempi - conclude l’ispettore del carcere di Opera - qualcosa è cambiato e qualcuno sa che esistiamo. Ma è ancora poco, troppo poco".
Il direttore Gelardi vuole aggiungere qualcosa. "Certo c’è un problema di solitudine, per chi dirige e per chi è diretto, ma esiste la necessità di dialogare con la società civile, che avverte l’insicurezza e che trova nelle statistiche sulla criminalità le ragioni della sua inquietudine. Dobbiamo superare la visione miope della sicurezza e fare in modo di aumentare gli sforzi perché il detenuto esca rieducato. La cosa peggiore per un detenuto è la noia, è il nulla, sono le 21 ore passate in cella a discutere di furti e di rapine".
"Le nostre carceri - dice l’assistente Pensa - sono in non pochi casi all’avanguardia in Europa. Credo che siamo sulla strada buona e che il clima stia cambiando. Ma quando la gente vede certi programmi televisivi dopo Sassari, si indigna, poi scopre che esisti e ti esalta quando scoppiano episodi di criminalità quotidiana come i furti nelle case e gli scippi".
Conclude l’ispettore Di Resta: "Siamo in una fase di aspettative in cui occorrono indirizzi precisi, di tipo operativo e pratico, norme semplici, non contraddittorie, chiarezza". "Perché - aggiunge il direttore Gelardi - se si riesce a risolvere i problemi del personale possiamo occuparci meglio del servizio".
Qui finisce il nostro dibattito, o meglio, qui comincia, perché la Rivista vuole promuovere altri confronti di idee e di opinioni tra chi ogni giorno si misura con dedizione e intelligenza a quel lavoro dentro la "città"-carcere, che la "città" esterna è chiamata, non soltanto a giudicare per vicende simili a quelle di Sassari, ma a capire e apprezzare.

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