Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

C’è quella fisica, ma anche quella psicologica: due aspetti di un atteggiamento sbagliato. Per il noto psichiatra e criminologo l’agente è il miglior operatore per la riabilitazione.
Vittorino Andreoli

La violenza è sempre il comportamento di una persona dentro un ambiente. Non è mai possibile separare i due termini del binomio. Ne deriva che il comportamento violento in carcere dipende

anche dal carcere come luogo fisico, ma ancor prima come significato. In un carcere lombrosiano la violenza ha una accoglienza piena, mentre non deve nemmeno essere nominata in una istituzione educativa poiché

 non si dà educazione con la violenza: la violenza genera violenza e non la risolve mai.
Occorre distinguere la violenza fisica, che si manifesta con il sangue e che può giungere a uccidere, dalla violenza delle “belle maniere”, capace di ferire la dimensione psicologica dell’uomo o quella sociale propria delle relazioni interpersonali, affettive. In questi casi non ci sono segni sul corpo, ma si può esser distrutti, apparire come cadaveri che camminano intatti.
La violenza fisica all’interno del sistema carcerario è diminuita progressivamente nel tempo, ma non si può dire altrettanto per quella psicologica che forse ha recuperato parte di una violenza del corpo vietata e più difficile da esercitare.
La violenza nelle sue differenti maschere la si misura sulla cultura di un paese verso il carcerato. Se domina l’odio, si sarà certamente violenti in una delle tante forme e persino nel modo più nascosto e subdolo possibile.
La percezione da parte del personale che gestisce, ai vari livelli, il carcere, condizionerà l’intensità della violenza della istituzione.
Senza un continuo sostegno formativo e culturale del personale carcerario, il luogo di lavoro diventa un labirinto dei sentimenti e dell’odio, con riflessi sul comportamento professionale che sarà ingiusto e indurrà violenza nel carcerato che tenderà a restituire l’ingiustizia attraverso sistemi di lotta che si fondano su un potere parallelo spesso molto forte.
Sono due le fonti di violenza nel carcere: quella del personale della istituzione e quella degli stessi carcerati e talora le due fonti possono combinarsi: chi ha compiuto particolari delitti, come omicidi di bambini o di donne, viene punito a sangue dal sistema carcerario seguendo camuffamenti o intrighi che godono di una totale omertà. Questa libertà di sopruso contro le norme scritte si è attenuata, ma non è scomparsa: si è soltanto camuffata.
Frequento sufficientemente le istituzioni carcerarie per sapere che un agente educato e formato è il miglior operatore della riabilitazione. E, per opposto, so che senza alcun aiuto un agente può diventare una figura violenta, magari in modo inconsapevole, per imitazione di comportamenti simili e tanto diffusi da sembrare appunto istituzionali, “naturali”.
Quando nel carcere attuale l’agente di custodia è frustrato, la frustrazione diventa un debito di violenza.
Un carcere che, così, produce continuamente nuova violenza.
Sono personalmente convinto che la punizione non possa mai esser gratificante e che imponendo dei limiti, qualsiasi essi siano, sarà vissuta come violenza. Tuttavia è possibile tendere alla “giusta” punizione, non tanto nel senso della quantità della pena inflitta attraverso il processo (in cui l’imputato deve poter essere ampiamente difeso), ma nella modalità della sua somministrazione in carcere. E in questa concezione il significato di “giusta punizione” ha valenze personali e psicologiche che richiedono una modalità concordata e esplicitata della pena: dei suoi obiettivi e delle sue tappe. Una pena compresa, sistematica e coerente.
Per diminuire la violenza nelle carceri occorre rispettare alcuni criteri fondamentali.

1. Carceri piccole con non più di cento-duecento detenuti.

2. Permettere una relazione stabile tra detenuto e carcere, evitando cambiamenti di sede che spesso buttano per aria ogni piano penale.

3. Formazione del personale carcerario tesa a creare operatori dell’educazione del criminale e dotazione di un supporto attraverso la discussione di casi particolari e di atteggiamenti dirompenti. Adeguato trattamento salariale assieme alla difesa di una dignità che dia alla mansione un contenuto sociale rilevante.

4. Valutazione dei programmi educativi periodici sulla cui base fondare anche eventuali richieste di attività extra carcerarie. Decisioni che non possono soltanto fondarsi (o prevalentemente) sui dettami di legge .

5. Inserire nel progetto le figure parentali del detenuto che all’interno del carcere possano muoversi in consonanza col progetto educativo.

Perché tutto ciò sia possibile bisogna chiedere la eliminazione dell’ergastolo nell’ambito di una nuova cultura della pena e aumentare le condizioni perché i reati siano punibili e non rimangano di fatto permessi. Non ultimo occorre che si giunga al giudizio e alla pena passata in giudicato rapidamente, poiché è difficile fare un piano di educazione carceraria fino a che un detenuto si lega alla speranza di una assoluzione, comprensibile anche se improbabile.

Joomla templates by a4joomla