Questo sito web utilizza i cookies tecnici. I cookies non possono identificare l'utente. Se si proseguirà nell'utilizzo del sito si assumerà il consenso all'utilizzo.
Se si desidera utilizzare i siti senza cookie o volete saperne di più, si può leggere qui

Condividi

di Piero Fassino

Non sono molte le persone che considerano il carcere come un luogo di pubblica utilità. Le scuole, le università e gli ospedali lo sono, ne siamo tutti consapevoli. Ma il carcere?


Dare una risposta al quesito significa osservare il pianeta carcere nella giusta ottica e cercare di capirne i meccanismi che lo regolano.
Del carcere, in genere, non si parla volentieri; quando lo si fa, viene identificato solamente come un luogo di pena da dimenticare. Per alcuni addirittura il carcere, proprio poiché è luogo di pena, deve essere quanto più duro, afflittivo, umiliante.
Nulla di più sbagliato. La Costituzione esplicitamente affida al carcere due obiettivi: assicurare l’effettiva espiazione della pena nei confronti di coloro che hanno violato i diritti della comunità e, al tempo stesso, offrire a chi ha sbagliato l’opportunità di un percorso per un reinserimento nella vita sociale.
È questo, forse, il passaggio più difficile sul quale dobbiamo insistere, perché oggi è sempre più alta la richiesta di sicurezza da parte dei cittadini che, talvolta, vorrebbero che si buttasse via la chiave della cella, una volta chiuso il colpevole in carcere. Invece dobbiamo affermare una cultura del tutto diversa: il tempo della detenzione non può, non deve essere un tempo di vita negato. Solo così si potrà effettivamente favorire recupero e reinserimento per i detenuti. E solo così si valorizza chi in carcere opera, come Agente di Polizia Penitenziaria, o come addetto amministrativo, o come addetto alle attività trattamentali. Tanti operatori che svolgono con sacrificio e dedizione un compito difficile, quello di restituire alla società una persona nuova.
Troppo spesso, infatti, si sottovaluta quanto delicata, impegnativa, difficile sia l’opera di chi lavora in carcere. E quando, poi, accadono episodi negativi quali, ad esempio, i fatti di Sassari dello scorso aprile, si diffondono luoghi comuni, immagini distorte, giudizi superficiali che offendono chi invece ogni giorno in carcere opera, senza mai separare la severità dall’umanità.
Non dobbiamo permettere che questo avvenga. Per questo plaudo alla pubblicazione di questa rivista che consentirà di fornire una informazione più corretta sui nostri istituti di pena, su chi ci vive e su come opera chi ci lavora, tenendo così alta l’attenzione di tutta la società sul carcere. Sarà per tutti noi uno stimolo a fare sempre di più e meglio.
Buon lavoro a tutti

Joomla templates by a4joomla