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di Gian Carlo Caselli

Al DAP stiamo lavorando. In certi momenti con vera fatica. Perché i problemi da affrontare e risolvere sono davvero gravosi: un sistema che si dibatte tra un’arretratezza che si misura in decenni, le conseguenze di una politica che nel passato è stata della lesina quanto a investimenti economici strategici, la piaga cronica del sovraffollamento.


C’è però un’altra faccia della medaglia: l’impegno forte di un personale deciso a volere un’Amministrazione riqualificata, efficiente, capace di rinnovare il significato e anche l’orgoglio del proprio ruolo all’interno di una società moderna. Un ruolo unico ed eccezionale: perché al personale della nostra Amministrazione – e in modo particolare alla Polizia Penitenziaria – la società chiede di riuscire là dove nessun’altra istituzione è riuscita. Chiede di vincere a un tavolo dove gli altri – scuola, famiglia, chiesa, associazioni – spesso hanno perso. Chiede di riportare al rispetto della legalità chi è tentato di vedere nella legalità il nemico colpevole di averlo punito.
Un compito smisurato.
Anche disponendo di personale, norme, strutture e idee adeguate (e la strada in questa direzione è ormai concretamente tracciata), il compito resterebbe straordinariamente difficile. Tuttavia la sfida va accettata, perché vi è la possibilità di vincere la scommessa per un sistema più equo e più umano.
Un sistema dove chi deve essere punito viene punito, ma a ciascuno viene offerto un ponte sul quale passare per non finire sommerso. Sappiamo che questo ponte segna un percorso in salita. E che nessuno può sostituire l’interessato nello sforzo, talora pesantissimo, di affrontare tale salita. Ma quel ponte deve essere costruito.
Abbiamo dato corso (grazie anche all’impegno costante del Ministro Fassino) a una serie di iniziative. Dentro e fuori dal carcere. Si tratta, né più né meno, della costruzione di un "carcere nuovo" e di nuove alternative al carcere. Ciò richiede il massimo sforzo da parte di tutti noi, dell’intero DAP. Negli articoli interni ("Nel segno della modernità" e "Un accordo per il futuro") si dà conto di alcune delle iniziative intraprese. Stupisce che, nel momento in cui si avvia una trasformazione dopo anni di attesa, si manifestino contrapposizioni talora preconcette, che poco hanno a che vedere con i reali interessi dell’Amministrazione e del personale.
Questa rivista, resa possibile dal contributo di decine di migliaia di iscritti all’Ente di Assistenza, è un segno del rinnovamento in atto. Mancava uno strumento capace di proiettare all’esterno l’immagine e i problemi dell’Amministrazione. Il DAP ha il dovere di dare di sé un’informazione non alterata dall’ostilità o dall’incomprensione. Ma la rivista non vuole soltanto soddisfare queste esigenze, pur importanti. E non vuole essere soltanto dell’Amministrazione. "Le Due Città" significa che il DAP è consapevole di non poter vivere avulso dalla società complessiva. L’esecuzione penale, il carcere, sono realtà piantate nel cuore della città. Il carcere è esso stesso "città": dove si soffre, ma anche si lavora duro, si produce, si cresce, ci si trasforma. Città nella città il carcere. Città nella città l’Amministrazione Penitenziaria.
Creare rapporti positivi tra le due città, trovare modi più avanzati di comunicazione, moltiplicare le relazioni per dare solidità al ponte sul quale passa chi vuole riemergere: rispetto a questi obiettivi, semplici ed evidenti, ma al tempo stesso ambiziosi, perché troppo spesso negati o dimenticati, la rivista "Le Due Città" sarà uno strumento al servizio di tutti.

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