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La bellezza artistica, il Festival dei Due Mondi, la storia della Rocca: è questa la cornice dentro la quale si trova il nuovo carcere della città
di Rossana Arzone

Nell'ultimo giorno dell'anno sono evasi dal carcere di Udine cinque detenuti stranieri. L'unico italiano presente nella cella si è rifiutato di fuggire. Questa vicenda consente alcuni interrogativi paradossali

 sullo stato degli istituti penitenziari. Si potrebbe infatti dire che è facile organizzare una fuga e che in carcere ci sta solo chi ci vuole stare. In realtà l'episodio, al di là del caso specifico, rivela la differenza di condizione tra detenuti italiani e stranieri. Emerge cioè il carattere fondamentale della legge Gozzini che ha immesso nelle carceri, per chi ne può godere, una concreta possibilità di opportunità di risocializzazione e di inserimento nella società. Dovrebbe così riflettere chi parla, a vanvera, del suo superamento. In questo senso Le due città devono trovare il modo di comunicare, attuando un processo di integrazione di tutti i cittadini, in particolare superando le condizioni di emarginazione.
Penso addirittura che la città carcere, una comunità assai complessa su cui si scaricano le ferite sociali della nostra società, dalla tossicodipendenza all'immigrazione, dal disagio psichico ad altre gravi patologie, possa avere l'ambizione di rappresentare il laboratorio di sperimentazione del nuovo stato sociale. Il carcere dunque come luogo trasparente e propulsore dei diritti di cittadinanza.
So bene che questa utopia della città ideale per continuare nella metafora si potrà realizzare con il protagonismo di tutto il personale, da quello trattamentale e amministrativo alla Polizia Penitenziaria, dai direttori ai medici.
Il nostro obiettivo prioritario in questi anni è stato di incrementare l'orgoglio di appartenenza, l'entusiasmo e la partecipazione. Molte delle riforme finalizzate a migliorare le strutture, ad aumentare gli organici del personale di Polizia Penitenziaria e del personale dell'area trattamentale, a riqualificare il personale sono state approvate. Ora si tratta di completare ed attuare il processo riformatore. Certo la continua emergenza derivante dal sovraffollamento rappresenta un oggettivo ostacolo per l'avvio e l'attuazione delle riforme. In quest'ottica l'approvazione prima della fine della legislatura del provvedimento, pur limitato, in materia di liberazione anticipata e di espulsione degli stranieri con pene inferiori a tre anni, sarebbe un segnale concreto di attenzione da parte della "città della politica" nei confronti del carcere.

Nell'ultimo giorno dell'anno sono evasi dal carcere di Udine cinque detenuti stranieri. L'unico italiano presente nella cella si è rifiutato di fuggire. Questa vicenda consente alcuni interrogativi paradossali sullo stato degli istituti penitenziari. Si potrebbe infatti dire che è facile organizzare una fuga e che in carcere ci sta solo chi ci vuole stare. In realtà l'episodio, al di là del caso specifico, rivela la differenza di condizione tra detenuti italiani e stranieri. Emerge cioè il carattere fondamentale della legge Gozzini che ha immesso nelle carceri, per chi ne può godere, una concreta possibilità di opportunità di risocializzazione e di inserimento nella società. Dovrebbe così riflettere chi parla, a vanvera, del suo superamento. In questo senso Le due città devono trovare il modo di comunicare, attuando un processo di integrazione di tutti i cittadini, in particolare superando le condizioni di emarginazione.
Penso addirittura che la città carcere, una comunità assai complessa su cui si scaricano le ferite sociali della nostra società, dalla tossicodipendenza all'immigrazione, dal disagio psichico ad altre gravi patologie, possa avere l'ambizione di rappresentare il laboratorio di sperimentazione del nuovo stato sociale. Il carcere dunque come luogo trasparente e propulsore dei diritti di cittadinanza.
So bene che questa utopia della città ideale per continuare nella metafora si potrà realizzare con il protagonismo di tutto il personale, da quello trattamentale e amministrativo alla Polizia Penitenziaria, dai direttori ai medici.
Il nostro obiettivo prioritario in questi anni è stato di incrementare l'orgoglio di appartenenza, l'entusiasmo e la partecipazione. Molte delle riforme finalizzate a migliorare le strutture, ad aumentare gli organici del personale di Polizia Penitenziaria e del personale dell'area trattamentale, a riqualificare il personale sono state approvate. Ora si tratta di completare ed attuare il processo riformatore. Certo la continua emergenza derivante dal sovraffollamento rappresenta un oggettivo ostacolo per l'avvio e l'attuazione delle riforme. In quest'ottica l'approvazione prima della fine della legislatura del provvedimento, pur limitato, in materia di liberazione anticipata e di espulsione degli stranieri con pene inferiori a tre anni, sarebbe un segnale concreto di attenzione da parte della "città della politica" nei confronti del carcere.

La città di Spoleto è conosciuta oggi, soprattutto, per il celebre Festival dei Due Mondi, una delle poche manifestazioni culturali italiane che godano di un prestigio internazionale, con spettacoli di prosa, teatro, danza, concerti e mostre.

 Un festival voluto dal Maestro Gian Carlo Menotti, che aprì i battenti il 5 giugno 1958. Ma il fascino di Spoleto è anche nel suo tessuto urbano integralmente conservato, nel rispetto da sempre attuato delle testimonianze storiche che ne fanno un caso emblematico tra i centri storici del Centro Italia. Spoleto ha, infatti, antiche origini romane: divenne colonia romana con il nome di Spoletium nel 241 a. C., fu poi capitale longobarda, conobbe, quindi, il suo splendore nel periodo che va dall’età comunale al Rinascimento di cui sono testimonianza alcuni splendidi monumenti.
È proprio attraverso le pietre dei suoi monumenti che si manifesta lo splendore della città che sedusse anche "turisti" d’eccezione come Johann W. Goethe al quale nel 1786 il Ponte delle Torri ispirò una delle pagine più belle del suo. O come il romanziere francese Stendhal che espresse ammirazione per la "passeggiata" che partendo da piazza della Libertà si insinua tra il verde dei colli circostanti. Le costruzioni moderne e medioevali si fondono e si amalgamano benissimo a quelle romaniche di cui restano numerose tracce, tra cui sicuramente c’è la bellissima Rocca Albornoziana e il celebre Duomo romanico, dedicato all’Assunta, che appare in fondo alla scenografica Piazza Ardengo, e al cui interno sono custoditi gli affreschi di Filippo Lippi e del Pinturicchio.
Ancora almeno un cenno meritano la chiesa di S. Pietro, con le sculture romaniche della facciata, e la Chiesa di San Gregorio Maggiore, il Ponte Romano, detto Ponte Sanguinario e l’Arco di Druso che un tempo costituiva l’ingresso monumentale al Foro. E ancora il Teatro Romano riportato alla luce solo nel 1954 e l’Anfiteatro.
Città quindi di grande spessore artistico e culturale, ma anche città che per molto tempo ha sofferto di un certo isolamento e che "ancora oggi - come afferma il sindaco Massimo Brunini - soffre di questo isolamento sia viario che culturale. Spoleto, per molti aspetti - aggiunge il dottor Brunini - non è riuscita a dialogare con l’esterno in maniera proficua sia con le istituzioni regionali e provinciali che statali. Ha vissuto forse in uno stato più contemplativo che attivo e fa un po’ fatica oggi a proporsi come città del mondo". Lo sforzo quindi più grosso per Spoleto, che oggi conta 38 mila abitanti, è quello di abbattere questo muro di isolamento e ridare ottimismo e fiducia ad una comunità che si è sentita per quasi un secolo depredata e ignorata. Creare nuove opportunità economiche e quindi occupazionali a integrazione di quelle numerose che negli anni la città ha, purtroppo, perso. Molto in tal senso si sta già facendo. "La mia amministrazione - continua il sindaco - sta lavorando per far aprire gli occhi su questa situazione e avere la consapevolezza che con il ricchissimo patrimonio che gli appartiene si può rilanciare una politica di relazioni e proposizioni. È importante in quest’ottica il nuovo rapporto che si è venuto a instaurare con le Istituzioni, per dare il segno di una città che vuole esprimere quanto di meglio ha, senza più nascondersi per timore, per vergogna o per incertezza".
Iniziative, idee, voglia di recuperare il tempo perduto e di rimettersi in corsa con il resto del mondo. È questo che si respira oggi a Spoleto, dove oltre al Festival, ci sono altre importanti istituzioni come il Teatro tecnico sperimentale, il Centro di studi sull’Alto Medioevo, mentre altri Musei sono in procinto di vedere la luce come la Galleria d’Arte Moderna che sarà ospitata nello storico Palazzo Collicola e il Museo del Ducato Longobardo nella Rocca Albornoziana.
La Rocca merita però qualche parola in più per diverse ragioni. Qui, infatti, è in corso la realizzazione di uno dei più bei Musei Storici italiani (l’inaugurazione è prevista verso la metà del prossimo anno), cui si aggiungeranno anche la Scuola di restauro del libro e il Centro Regionale diagnostico dei Beni Culturali. La Rocca, quindi, non è solo un Museo, ma molto di più. Anche per quello che ha rappresentato nel tempo per Spoleto e i suoi abitanti.
Il progetto di edificare la Rocca nacque come reazione degli spoletini al dominio dei perugini che, accorsi in aiuto dei guelfi nel 1320 e cacciati i ghibellini dalla città avevano insediato la loro Signoria. Stanchi di sottostare al dominio dei perugini, gli spoletini si sottomisero al governo della Chiesa e progettarono l’edificazione di una fortezza da contrapporre a quella costruita dai perugini. Il luogo prescelto fu il Monte Sant’Elia e il 25 ottobre 1367 la Rocca fu edificata, divenendo la più importante fortezza di cui lo Stato della Chiesa disponesse nel Medioevo. Sotto il pontificato di Niccolò V, la Rocca divenne residenza dei governatori e dei castellani. Tra gli ingressi alla Rocca di coloro che vi abitarono c’è da ricordare quello maestoso di Lucrezia Borgia, avvenuto il 15 agosto 1499.
Nel 1587 però Sisto V soppresse il Castellanato di Spoleto e la Rocca cadde in abbandono.
Solo nel 1817 fu nuovamente ripristinata per essere adibita a stabilimento penale per condannati e giudicabili. Fin dall’inizio fu chiara l’importanza che il Governo pontificio attribuì al penitenziario, disponendo l’invio di ben settecento detenuti condannati per omicidio, resistenza alla forza pubblica, fabbricazione di armi vietate, ingiurie, sevizie ai genitori o al coniuge, incendio. Nel 1860 il Papa, per contrastare le truppe italiane in avanzata, ordinò di sgomberare la Rocca per fare spazio alle proprie truppe. All’epoca la Rocca ospitava 705 detenuti il cui sgombero iniziò l’8 luglio 1860, destinazione Roma e Civitavecchia. Le notizie riguardanti il funzionamento dell’Istituto penale all’epoca del governo pontificio sono piuttosto frammentarie a causa della distruzione di gran parte dell’archivio; tuttavia, dai documenti rimasti, è stato possibile avere informazioni sulla vita nel penitenziario, notizie che mostrano una grande promiscuità tra detenuti in attesa di giudizio e condannati, la diffusione di epidemie, l’eccessivo sovraffollamento e le numerose rivolte che ne sconvolgevano la vita. Nel 1859 il papa Pio IX ordinò di costruire un nuovo stabilimento carcerario provinciale, anch’esso situato nella parte alta della città. Anche se le vicende che seguirono non consentirono la realizzazione del progetto, in quella data fu posta in qualche modo la prima pietra alla sua edificazione. Dopo l’annessione della provincia umbra al Regno d’Italia, nel 1861, la Rocca fu nuovamente adibita a stabilimento penale. Solo nell’ultimo decennio del secolo scorso si pensò di liberare la Rocca dal carcere. Giuseppe Sordini, regio ispettore dei monumenti, archeologo e studioso di storia locale, sollevò per primo la questione di destinare la Rocca a bene di pubblica utilità. Il progetto si materializzò nel 1982 con il trasferimento del carcere nel nuovo Istituto in località Maiano. È una lunga convivenza, quindi, quella degli spoletini con l’Istituto di pena, oggi forse uno dei più moderni ed organizzati del nostro Paese, pur contando tra i reclusi alcuni dei maggiori esponenti del crimine organizzato. Una convivenza che oggi ancora più di ieri vuole essere collaborativa e propositiva. È recente infatti la firma di un protocollo d’intesa tra il Sindaco di Spoleto Massimo Brunini e il direttore del carcere (che conta oggi circa 380 reclusi), Ernesto Padovani, alla presenza del ministro della Giustizia Piero Fassino, per giungere ad una effettiva integrazione della città e dell’Istituto di pena. Una dichiarazione d’intenti nella quale l’amministrazione comunale e la casa di reclusione si dicono disposte a collaborare. Come? Innanzi tutto prendendo spunto dal Festival dei Due Mondi con la prospettiva di organizzare qualche spettacolo all’interno della casa di reclusione, o di poter utilizzare i laboratori di scenotecnica allestiti dai detenuti. E poi ancora contribuendo allo sviluppo delle proposte di carattere culturale, sportivo e ricreativo promosse dal personale dell’Amministrazione penitenziaria e individuando un sistema di monitoraggio costante per verificare periodicamente la situazione di vivibilità all’interno dell’Istituto penitenziario e infine verificando e sviluppando le possibilità di inserimento lavorativo e sociale dei detenuti realizzando anche corsi di formazione strettamente collegati con la realtà economico-lavorativa locale.
Ho sempre sostenuto - ha detto in quell’occasione il ministro Fassino - che il carcere sia una struttura di rilevante interesse pubblico, come una scuola, un ospedale, con una missione fondamentale che è quella di garantire la sicurezza dei cittadini. Se la casa di reclusione svolge al meglio le proprie funzioni, in sintonia con il territorio che la ospita, la sicurezza dei cittadini aumenta in modo considerevole, anche perché dobbiamo cercare di fare in modo che, chi è entrato in carcere, e che ha scontato la pena, ne esca abbastanza motivato per non ritornarci". "Il carcere - ha aggiunto - è sempre un’istituzione guardata con diffidenza, ma a Spoleto vedo che le cose vanno in maniera diversa. Questo protocollo non è altro che la ratifica di ciò che già accade da anni".

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