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Il carcere di Spoleto rappresenta un esempio di convivenza e modernità

 


incontro con Ernesto Padovani direttore del carcere di Maiano-Spoleto


Ernesto Padovani è direttore del Carcere di Spoleto dal 1993, ma già precedentemente ne era stato vicedirettore. Pugliese di nascita, romano d’adozione, si sente naturalizzato umbro, e qui spera di avere messo radici perché di questa terra si è innamorato e ne ha ammirato

 fin dall’inizio la sensibilità verso le questioni sociali e la qualità della vita. Il carcere - spiega - si è trasferito in questi nuovi edifici nel 1982, quando ci si è resi conto che la Rocca, suggestiva per i turisti, era assolutamente inadatta per sicurezza, igiene, ed era al di fuori di ogni logica normativa. Questo è un carcere di media dimensione, solo maschile, che può ospitare al massimo circa 400 detenuti, attualmente ne ha 380 mediamente di elevata sicurezza, ma ospita anche altre categorie di detenuti, ognuna delle quali ha una vita detentiva autonoma, anche se con le stesse condizioni di vita delle altre categorie. Ad eccezione del "41 bis" che è un regime disciplinato da un decreto a parte. Abbiamo la fortuna di lavorare in una struttura moderna, concepita con la logica del nuovo regolamento, che prevede la massima sicurezza, ma nel rispetto della dignità delle singole persone. Tutte le stanze sono singole, con bagno personale, le sezioni sono piccole con una ventina di celle per sezione, e ognuna di queste ha servizi comuni per il tempo libero. Sono sale destinate, piano per piano, ai momenti autodeterminati di vita in comune.
La quasi totalità dei detenuti è poi impegnata in attività organizzate di studio, formazione e lavoro.
Di fatto si conosce solo in parte l’attività reale di un carcere. Se, d’altra parte, l’esecuzione della pena deve tendere alla riabilitazione non può non farlo che scommettendo e investendo su quei percorsi, su quelle ipotesi di integrazione che riteniamo ragionevoli, su quelle esperienze formative e di crescita utili affinché, chi sta scontando una pena, possa in futuro essere nuovamente integrato nella società e faccia una scelta di vita onesta. Quali sono queste esperienze formative? Sono appunto la scuola, il lavoro, la famiglia, il rispetto dei sentimenti e degli stati d’animo altrui. Questa banale equazione deve dare la misura all’opinione pubblica, alla comunità esterna, che solo investendo sui nostri valori possiamo fare sicurezza sociale, possiamo creare le condizioni di un rientro nella società, che comunque dovrà avvenire, e che noi possiamo e dobbiamo in qualche modo preparare. In quale direzione un gruppo sociale può meglio investire le proprie risorse se non verso i propri punti deboli? Là dove ci sono delle disfunzioni del sistema, là dove il sistema ha in qualche modo mancato. È un’affermazione forse scontata, ma molto importante. In questa "filosofia di vita" ci muoviamo anche noi. La giornata di un detenuto nasce da queste premesse. Ho parlato della scuola che è una esperienza essenziale nella vita di tutti noi, io spesso la definisco "la nostra memoria emotiva", un’esperienza che già contiene in sé la misura di tutti i nostri futuri successi o fallimenti. La scuola, soprattutto, deve insegnare a rispettare il punto di vista altrui. Ecco perché la scuola è un po’ la regìa nobile di tutta la vita di questo penitenziario. Non c’è attività all’interno del carcere che non passi attraverso la scuola, che non sia concepita in funzione di questa formazione alla vita, di questo modo di saper rispettare il prossimo. La scommessa è quella di creare un territorio sul quale siamo tutti uguali, dove non ci sono differenze, pur nelle diverse scelte di vita e nei ruoli diversi. Dobbiamo saper sempre individuare un territorio della mente, dell’anima o della coscienza dove ci sono dei valori comuni e assoluti che vanno oltre, che si pongono prima dei giudizi morali.
La scuola all’interno del penitenziario è organizzata secondo tre fasce: la scuola cosiddetta dell’obbligo, la scuola media e da alcuni anni abbiamo istituito anche una scuola superiore, un Istituto d’arte. Una realtà pensata in funzione dei bisogni, delle aspettative e delle scelte dei detenuti stessi che hanno mostrato particolare interesse proprio per questo settore creativo.
Le scuole sia medie che elementari sono due e sono state articolate da quest’anno anche il pomeriggio (per un totale di 36 ore settimanali) per dare maggiori possibilità di scelta ai detenuti. Questa è una delle strade che il nuovo regolamento ci invita a percorrere: non sovrapporre le offerte fatte ai detenuti. Abbiamo trovato ancora una volta piena disponibilità da parte degli insegnanti delle diverse scuole di Spoleto che vengono in carcere a tenere le lezioni. D’altra parte non c’è scuola di Spoleto che non sia fisicamente entrata nel carcere.
La formazione è legata anche all’attività lavorativa. I corsi di scenotecnica e abiti di scena all’Istituto d’arte sono stati scelti proprio anche perché all’interno del carcere sono attive una falegnameria e una sartoria. È giusto valorizzare le risorse che si hanno, si migliora la qualità stessa del lavoro, e il corso di formazione si innesta in modo complementare su quelle risorse, che, è importante sottolineare, non devono però finire al cancello del carcere, ma devono poter essere utilizzate anche al di fuori. Nella nostra regione il settore trainante è quello dell’artigianato, ecco quindi giustificati i corsi di falegnameria e sartoria.
Molti altri sono i corsi che si tengono all’interno del carcere: legatoria, ceramica, grafica, e a breve ci sarà anche un corso per cineoperatore. Chi vuole, su richiesta, può poi svolgere attività individuali come modellismo, pittura, computer. Inoltre sono stati organizzati dei corsi, nati spontaneamente, tra cui un corso di una settimana sul tema della non violenza con la partecipazione di autorità del territorio, un corso voluto anche dagli stessi detenuti, come una sorta di risposta composta ai recenti fatti di violenza. Tutti segnali di grande sensibilità e collaborazione. Grande è il lavoro in tal senso anche dei 300 agenti di polizia che, organizzati in turni diversi, garantiscono lo svolgimento di tutte le attività, nel rispetto delle esigenze individuali. Se il personale lavora senza tensioni e inasprimenti - come sottolinea l’Ispettore Federico Carletti - anche lo svolgimento della vita all’interno del carcere sarà sereno. Se questa organizzazione è possibile è perché si è creato il clima giusto per lavorare insieme costruttivamente. Il rispetto alimenta rispetto.
La dimensione del lavoro è molto importante. La struttura del carcere va avanti sul lavoro degli stessi detenuti. Tutti i servizi di pulizia quotidiana (dalle tre alle cinque ore al giorno), la manutenzione del giardino, la lavanderia, la cucina, che prevede menu differenziati a seconda della religione o delle abitudini alimentari, organizzata su due turni di pranzo e cena, sono tutti lavori svolti dai detenuti. Ci sono poi muratori, elettricisti, idraulici, magazzinieri. Sembra di parlare di un bel sogno, ma è la realtà. Purtroppo, non sempre c’è la possibilità di spendere tutte queste risorse. Anche se il lavoro è un diritto, non sempre ce n’è per tutti. Esattamente come fuori dal carcere. Nello stesso tempo però, questo piccolo gruppo sociale, questa città nella città che è il carcere, è organizzata per essere una società quasi perfetta. Nel momento in cui le istituzioni sanno garantire la tutela dei bisogni primi alle persone, il lavoro, la casa, l’assistenza sanitaria, le persone dimostrano di saper vivere secondo le regole. Dunque è vero che, se si sa investire dove riconosciamo i nostri limiti, sicuramente miglioriamo le condizioni di vita. Questo è il nostro mandato sociale. È un bel sogno? Forse, ma noi dobbiamo crederci".

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