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Collaborare per crescere: è questo l’obiettivo della Banca di Spoleto                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Bruno Urbani, presidente della Banca Popolare di Spoleto


È stato scritto che il grado di civiltà di un paese può essere agevolmente misurato dall’attenzione posta verso le fasce deboli che appartengono alla sua comunità. Un assunto che la città di Spoleto ha fatto proprio da tempo, vista la sua storica convivenza con una struttura penitenziaria.

 La Banca Popolare di Spoleto, che ho l’onore di presiedere, è d’altro canto una delle istituzioni portanti di questa antica città, una banca che da più di cento anni ha sviluppato un volume simbiotico con il territorio e la sua gente. Una comunità sociale ed una terra, quella spoletina ed umbra, che poggia le sue radici culturali sui valori espressi da personaggi del calibro di Francesco da Assisi, Chiara da Montefalco, Benedetto da Norcia, per citare solo le vette di quel pensiero religioso e di quella filosofia di vita comune che esalta la tolleranza, la pietas cristiana e la piena generosità di spirito e di cuore verso i fratelli deboli, gli emarginati, coloro che hanno sbagliato. Come spoletino ed umbro sono particolarmente fiero di questo patrimonio storico-ideale che privilegia una convivenza umana con la struttura carceraria, favorendo ogni azione istituzionale volta a facilitare la realizzazione della vera missione di ogni luogo di pena: l’essere contestualmente luogo di redenzione, di recupero alla società. Un recupero che, va sottolineato, è possibile solo quando c’è perfetta sinergia con il territorio e con la comunità che ospita la struttura penitenziaria. Mi fa quindi particolarmente piacere poter esprimere, sia come cittadino, sia a nome della Banca Popolare di Spoleto, un forte plauso ai principi che ispirano il protocollo di intesa siglato recentemente alla presenza del ministro della Giustizia Piero Fassino tra il Comune di Spoleto e la Casa di reclusione di Maiano di Spoleto.
Una dichiarazione di intenti nella quale la città ed il carcere si dicono disposti a collaborare su un unico forte obiettivo: perseguire una significativa crescita del livello di vivibilità dei rapporti.
Un "feeling", quello tra gli spoletini, ed i reclusi, che già esiste da decenni e che, però, va modernamente accresciuto, facendo in modo che questa comunità di persone, che tra agenti di custodia e reclusi giunge al migliaio di unità, non sia considerata un pezzo separato, una "terra di nessuno" evitata da tutti, ma anzi integrata nella quotidianità dell’esperienza civile, così come testimoniano adeguatamente le numerose esperienze già all’attivo di questa città.
È quindi auspicabile che tale comunità di uomini possa ancora di più stringere contatti diretti, normali con tutte le articolazioni della locale società senza alcuna barriera ideologica o culturale, dato che ritengo che il rispetto sia dovuto anche a chi ha sbagliato e sta pagando alla società il conto dei propri errori. Persone, comunque, cui la stessa società deve ogni possibile sforzo di recupero tramite il coinvolgimento a quei percorsi e quei progetti di comune impegno lavorativo, sportivo, ricreativo, bene interpretati e delineati dal recentissimo protocollo spoletino.

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